di Elena F. Ricciardi

“I viaggi sono quelli per mare con le navi, non coi treni. L’orizzonte dev’essere vuoto e deve staccare il cielo dall’acqua. Ci deve essere niente intorno e sopra deve pesare l’immenso, allora è viaggio” (p.72)

Non tutti i libri sono un viaggio. Non tutti i viaggi, dice Erri De Luca, lo sono. Solo quando hai l’impressione di camminare sull’acqua e la tua fede che le parole possano offrirti un valido punto d’appoggio vacilla ad ogni passo e la scia lasciata dal percorso degli occhi incontro al narratore sembra svanire; quando svanisce il ricordo del punto di partenza, eppure lo senti inciso nel cuore così profondo da diventare tu stesso memoria , punto fermo, e nello stesso tempo radice sradicata che si nutre di quell’abisso spalancato dentro il nero tracciato sul foglio che ti sovrasta come un cielo rovesciato; se leggendo provi il medesimo sgomento del nomade di fronte all’infinito, lo stesso nodo alla gola di chi non può stare di notte “in mezzo alle stelle e neanche scrollarsele di dosso” solo allora il viaggio è cominciato. E’ un viaggio ricco di sorprese come quando cerchi il nome del protagonista “o guaglione” e non lo trovi, e scopri che porta il tuo nome; orfano della vita eppure vivo fino al punto di starne male, di patirla fino nel punto dove la carne e lo spirito ingaggiano la lotta estrema contro quel pensiero schizoide che vorrebbe ogni uomo diviso, separato, svuotato dell’uno o dell’altra, mentre la vita è vita solo quando ha il coraggio di riconoscersi impastata di cenere e fuoco, di sporcarsi le mani con quella cenere, di bruciarsele con quel fuoco; o quando puoi mettere il piede sull’orma di quel ragazzino tutt’ossa che si arrampica, come “a scigna” a raccattare il pallone sul balcone del primo piano , attratto dagli occhi della bambina “incapace di piangere anche per gli schiaffi”, e con lui l’aspetti per un sacco di tempo temendo di non saperla riconoscere , e ti solleva sapere che “ Il tempo non è un sacco, magari è un bosco. Se hai conosciuto la foglia, poi riconosci l’albero. Se l’hai vista negli occhi, la ritroverai. Pure se è passato un bosco di tempo.” Read the rest of this entry »

Nessuna attesa

Giugno 16, 2009

Io non aspetto niente. Di sera mi addormento solo per dormire, senza domandarmi che accadrà domani, senza pensare al giorno che è passato; lo seppellisco sotto la coltre pesante dell’ombra che mi ricade addosso mentre spengo la luce. E non è successo niente. Prego Dio per abitudine incallita, come un mantra vuoto col quale mi stordisco fino a vedere gli ultimi pensieri, sparsi in parole senza legame, volarmi intorno con quelle lucciole che si accendono negli occhi, come le stoppie che improvvisano voli casuali dalla brace che si spegne, nel buio pesto della stanza. Ascolto il silenzio e nel silenzio il battito del cuore che assomiglia al lento precipitare della goccia da un alambicco che si svuota: prima o poi finirà. E non aspetto niente. All’alba il suono della sveglia mi riporta al gesto di prendere la compressa salvavita. Quaranta, cinquanta giorni senza e mi addormenterei per sempre, forse senza soffrire, l’abitudine del gesto però è forte: un po’ d’acqua e una compressa ti tiene in questo mondo, in questo modo, e devi solo attraversare, o farti attraversare da un’ altra giornata senza aspettare niente.

Dopo di te

Maggio 16, 2009

Il motivo di quel “dopo di te” fa la differenza: c’è l’inevitabile ed è come il serpente che passa in una feritoia stretta per cambiare pelle, fa male,tanto, fino al punto estremo del morirne, ma, purtroppo, sta scritto in ogni storia già dall’inizio ed è principio di quell’eterno stare insieme nel tempo e oltre il tempo, dentro la memoria, nello struggimento del nome pronunciato a farci conoscere chi siamo, doloroso sì, ma che nessuno potrà mai cambiare o rubare o cancellare, perché è il nostro nome, un nome di cui soltanto noi sappiamo il suono. C’è poi il dopo dell’abbandono, della scelta, di chi volta le spalle e se ne va ed è come se qualcuno ci strappasse a forza la pelle al vivo e ci lasciasse così, senza memoria, sconosciuti a noi stessi, senza futuro, soli, col dolore sordo e muto di ciò che avrebbe potuto e non è stato, persi dentro il tempo, senza nessuno a pronunciare un nome che ci dica chi siamo.

da qui

P9220151

Alessandro Zaccuri intervista don Fabrizio Centofanti

La tentazione passare dalla Rete alla carta c’è stata, ma almeno per ora è stata vinta. Lo assicura Fabrizio Centofanti, animatore del sito La poesia e lo spirito, (http://lapoesiaelospirito.wordpress.com). Sacerdote, studioso di Clemente Rebora e narratore, Centofanti ha iniziato a pubblicare on line nel 2005. Poi, nel 2007, la svolta del blog collettivo. ” Un luogo – osserva – in cui l’eterogeneità anche ideologica si trasforma in convivenza e collaborazione. E’ un’esigenza che, in quanto prete, avvertivo con grande intensità e che finora siamo riusciti a realizzare nel dialogo e nel rispetto”.
Tutto merito della rete?
“Di sicuro il web consente un’operazione di questo tipo a costo zero. Il nostro progetto di una rivista si è arenato proprio per mancanza di fondi, per problemi economici e organizzativi. Ma non è detto che sia un male”.
Perché?
“Perché anche nel panorama delle riviste il rischio del sovraffollamento esiste, e non va sottovalutato. La Rete, inoltre, sta conquistando una sua autonomia, in una dimensione che, almeno fino a questo momento, è contraddistinta da una grande libertà. Libertà di chi scrive, ma anche di chi legge: ci si può muovere rapidamente da un sito all’altro, cogliere suggestioni diverse, metterle in cortocircuito…”
Lei è un ottimista.
“Non troppo. E infatti ho insistito perché il nostro dominio fosse registrato. Siamo in una stagione pionieristica, ma prima o poi anche nel web spunteranno i limiti. Meglio prepararsi”

Avvenire 10 maggio 2009

Luna piena

Marzo 26, 2009

panneggi

addormentate all’ombra delle stelle
aspettavano il loro destino
e un paio di sandali nuovi.
camminare e aspettare, camminare e aspettare…
avevano insegnato loro il panneggio
e la giusta proporzione tra il fianco e la vita
e la vita sempre più stretta fra invisibili dita arcuate
di tempo, intrecciate di spine e memoria.
E il sole si sarebbe spento prima del loro immenso dolore
e la luna avrebbe sciolto il suo latte
in capezzoli di vento a nutrire foglie morenti di nostalgia.
camminare e aspettare camminare e aspettare…
tornare indietro per acquistare l’olio,
accendere il futuro scritto
dal passo che verrà non fu possibile.
addormentate dentro le belle tuniche di seta
sognarono carezze di vento nuovo
sui visi stremati dal pianto.
il padrone avrebbe scelto la più bella
ascoltando la voce nel buio
tutto era pronto
per la sua gabbia dorata
per la sua conchiglia di eco
tutto era pronto per la prossima luna piena.
mentre moriva l’ultima stella

Il battito del mare

Marzo 25, 2009

mare
Rimase sola ad ascoltare il tempo
per raggiungere la notte, tremante
sull’orlo fra essere e nulla.
forse fu il nero di seppia o la sua
fotografia sbiadita o gli occhi,
i suoi occhi, cerchiati di luna
a coprire con pietosa miseria
il ricordo di quello sguardo lontano

irraggiungibile irraggiungibile
irraggiungibile e mai più raccolto
quel soffio di luce, quel raggio di vita
quel battito fermo su filo che scorre
smarrito fra anima e dita

e il vento soffiò un’altra volta,
fra il velo di gonna e un sorriso malato,
il suo mare di no, e qualcuno aveva affilato
le dita a premere a fondo nell’anima
nuda. tremarono i passi
e si gelò lo spazio fra lo sportello e la luna.
quando il coraggio, raccolto nel palmo
ferito del silenzio, disegnò con penna
di cigno il suo canto,
e in fondo al cuore venne l’ora
anche per lei di morire.

irraggiungibile, irraggiungibile
irraggiungibile e mai più ascoltato
quel battito vivo, un battito dimenticato
e nessuna strada saprà mai più colmare
il pozzo privato della luna
e lo sguardo perduto,
perduto fra le stelle, la strada ed il mare.

Back to life

Marzo 9, 2009

da qui

Tornare alla vita. Se solo fosse
possibile, se mai sia esistito
un tempo, il tempo di vivere come
un airone sull’acqua, inconsapevole
felice, forse, libero sulla sua
gamba di prendere il volo o restare
o abbandonare un fiume per un altro
senza rimpianto né memoria
ora che il pianto è fermo all’orlo rotto
del respiro. Adesso, privati della notte,
del sole al sorgere dell’alba incanutita,
ora la vita è altrove mentre cade
dai polsi feriti l’ultimo grido
muto

Epitaffio

Marzo 6, 2009

mimosaTe ne sei andato ventuno anni fa. Era domenica mattina, una mattina in cui la primavera già faceva le sue promesse di rinascita. L’aria tiepida, i germogli intenerivano i rami duri dell’inverno e la mimosa aveva fatto la sua comparsa di colore e profumo. Mi facesti custode delle tue ultime parole e furono la promessa di incontrarci di lì a poco. Poi fu il buio. Ero la bambina di casa, avevo ventun’anni e il futuro incerto. Eri per me l’unica certezza, l’unico sostegno, l’unico per il quale avrei dato la mia vita, l’unico per il quale facevo tutto ciò che c’era da fare anche quando non sapevo dove mi avrebbe condotta. Il futuro era spaventoso, un grande enigma, un immenso punto di domanda di cui nessuno, nemmeno tu, sapeva darmi risposta. Il presente incerto come le mie gambe d’anoressia in cui ogni passo era la scommessa che non sarei caduta, e non cadevo, mentre il miracolo della vita mi scivolava addosso senza farsi sentire, senza accendermi il cuore e i sensi: la bella Turandot di ghiaccio poteva sopravvivere soltanto a patto di non sentire ma tu eri lì, padre adorato, orgoglioso di quell’adorazione silenziosa il cui tributo fu la morte dentro il mio cuore. Non ci fu il tempo di ucciderti nel sogno, di ribellarsi e tu facesti ciò che solo un tiranno crudele poteva macchinare: te ne andasti portando via con te ciò che mi avrebbe reso libera, lo scontro, la lotta, il rifiuto, il ritorno. Te ne sei andato ventuno anni fa. Era domenica mattina e se mi avessi strappato un braccio, un occhio, un piede e lo avessi portato con te sarei stata storpia per sempre ma libera, invece mi lasciasti intatta, integra e bella dimenticando, nella fretta di fuggire, di sciogliere le mie catene, di liberarmi il cuore e io, terrorizzata da quell’abisso spalancato dinanzi a me, non ebbi forza e lo lasciai sul tuo letto di morte. Poi venne un uomo che mi promise vita ma anche lui partì. Voltandomi le spalle cancellò per sempre i tratti del mio volto dall’orizzonte breve dell’incontro. Era destino o forse fu soltanto colpa mia.

qui-giace

La Sua presenza

Dicembre 25, 2008

E’ difficile credere. Oggi più che mai è difficile lanciare il cuore oltre la coltre dell’indifferenza, oltre i rumori della vita tecnologica, oltre la durezza di ciò che la realtà troppo spesso ci presenta. Eppure la voce che ci chiama l’abbiamo dentro, è un silenzio che può essere vissuto come abisso terribile o come bagno di misericordia: la voce di Dio, il suo silenzio.

Perché non sia banale

Dicembre 23, 2008

presepio-2008

Invasi dal nulla che dilaga, oppressi dalle lucine distribuite con perversa sapienza per le strade dove i negozi sono più allettanti, anche l’immagine del barbone o della rom col bimbo in collo a chiedere l’elemosina all’angolo fra il semaforo rosso e il traffico in tilt diventa romantica.
Ma che vuol dire Natale? A sentire la gente, quella che non crede più in niente, neppure al bimbo in fasce dentro la mangiatoia, sarebbe una festa della famiglia, un’occasione per stare insieme, ai bambini si dice ancora che a natale bisogna essere buoni. Perché buoni? e che vuol dire?

Commenti

Dicembre 16, 2008

dopo un anno di attività e nessun commento, in seguito ai fatti di ieri il blog si prende la libertà di chiudere i commenti

Il poeta e la critica

Dicembre 16, 2008

Giudicate voi 2

Dicembre 15, 2008

help

Questa è la foto, la poesia della signora morresi la trovate qui.
Trovo entrambe brutte, della bruttezza di chi scambia l’handicap per qualcosa di romantico, di comunicabile attraverso una foto e dei versi che rifanno il verso all’indicibile dolore di chi con l’handicap di persone amate ha dovuto fare i conti sin dalla culla. L’handicap non è bello, è un’offesa alla natura anche quando si riscatta, come nel caso del campione parolimpico, perché non c’è amore per l’handicappato che possa essere reso da una foto o da vane parole.

giudicate voi

Dicembre 15, 2008

riprendo questo commento da una delle discussioni trovate nel mio blog preferito. l’autrice è lucy.  non aggiungo altro che ciascuno può giudicare da sé

” io ho fatto la scuola media e il liceo immediatamente dopo il sessantanove. mi sento mortalmente offesa per il “vuoto culturale” e le “generazioni di ignoranti”. semplificazioni e generalizzazioni come queste non recano onore a chi le fa, prima che all’oggetto della critica. a me pare che quella prima generazione di ignoranti, quarantacinquenni-cinquantenni di ora, sia tutta gente che a scuola si è fatta un …. colossale e sia anche la più preoccupata delle pieghe inusitate che stanno prendendo la politica e la società, nonché il ruolo subalterno assegnato alla scuola, al sapere, alla cultura. i miei primi studenti, io molto giovane erano “paninari”: primi anni ‘80, tv commerciale agli esordi, era craxiana, caf, inciuci vari, italia in bancarotta (e pure fraudolenta), ma tutto andava bene. Read the rest of this entry »