Archiviazioni mensili: Agosto 2007

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Rimani. Il gesto composto

la fretta dentro la piega scura della notte.

Domande senza peso calcolate

sopra bilance d’indifferenza.

uccisa  la via stretta

lo stesso  sguardo di ieri

smarrisce il passo

incerto cadenzato incedere

scolora  mescolato al vino

al bacio al desiderio eppure

te ne vai lontano e il senso

dell’attesa passa dal foro inciso

a fuoco sul palmo della mano

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assolvi gli spazi infinitesimi

il tempo i luoghi puntiformi

l’eterno abitato  di silenzi

la voce lontana che non torna.

perdona il limite , la pelle che ricopre

il cuore e la mente di carne.

perdona tu perdona l’ ineffabile

il cammino a ritroso

dove hai smarrito la memoria

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Mi piace la cioccolata, quella extrafondente con le nocciole intere che scricchiano sotto i denti e quel sapore burroso nell’impasto tenero del cacao, il peperoncino dappertutto tranne che nel caffè. Mi piace Mozart , sinfonie opere e messe. Mi piace l’odore dello zenzero mischiato alla cannella, il miele impastato con gocce di mirra  spalmato sulla pelle prima della doccia . Mi piace la sveglia prima dell’alba e l’attesa primordiale del sorgere del sole, il tremore che non accada ed il timore fanciullesco che resti buio per tutto il giorno, l’odore dell’estate e dell’inverno, quello dell’erba bagnata dopo un temporale estivo,…

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Era marzo, il sei , era  domenica. Da un po’ non stavi bene. Avevano detto che era una cosa che potevano tenere sotto controllo anni e anni, durasti diciotto mesi e quella mattina dopo avermi salutata, sono l’ultima persona ad averti visto vivo, in piedi davanti a me, in pigiama, l’ultima che ti rivolse la parola e l’ultima tua parola la conservo ancora ”ciao bella, vado a letto, non ho dormito sta notte, ci vediamo dopo” un dopo che non venne mai,  ancora non riesco, a diciannove anni di distanza, a farmene una ragione, ti sei addormentato in un sonno tormentato e tormentoso. Tormentato per te, che ti lamentavi e dimenavi senza controllo in quello strano stato confusionale che , come disse la dottoressa, avrebbe dovuto risolversi in pochi minuti all’ospedale.

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Domenica

 Ottobre è un mese che amo. Quando c’era lei andavamo a fare lunghe passeggiate, era un’ instancabile camminatrice, e conosceva a menadito vicoli e vicoletti lontani dagli itinerari dei turisti , stradine in cui padrone era il silenzio o solo il frullo d’ali di passeri che davano l’ultimo saluto al tepore dell’estate, perchè a Roma sembra che l’estate non voglia finire e il calore del sole bacia ancora ardente la pelle anche se la foga d’agosto s’è trasformata in un appassionato abbraccio che non brucia.

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Aspro diaspro provocato dal vocabolo lombardo dolce ricordo di un nulla passato nella fretta. Talvolta è svolta , imprevista imprevedibile improvvida, vedova del destino se ne sta ferma immobile muovendo i pensieri da una parte all’altra della mente e mai una volta che l’uno sia in accordo o disaccordo con l’altro. Dodecafonie impastate d’acutezze e asprigni limoni di sicilia; granitici vezzi infantili svolgono le fiabe degli adulti dove i bambini sono poveri e infelici venduti, affamati sporchi in cerca perenne di salvezza. Continua a leggere »

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la paura è vena cava -  scava

ampie caverne antri tortuosi

rivoli di di pensieri decaduti.

attese mai finite si sfiniscono

d’albe e tramonti insanguinati

tocco  la roccia acuta il graffio sprizza

sangue  e sguardi negati.

a inghiottire la notte in lame di tristezza

 soccorre il desiderio di carezze 

ma è tela di ragno tra le braccia vuote.

non c’è tormento o pace tutto è sospeso

la pelle dimentica di sè

traspare verdi  fremiti d’aria

le labbra asciutte senza più  sussurri

rimandano secchi suoni di colore incerto

parole sradicate asciugano al sole dell’opera perfetta

il respiro si fa mesto nel ricordo  -

era soltanto ieri

di traverso alla notte il presagio

e un’alba a traboccare  di perdono

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notte , nervi tesi d’anima e di carne
ultimi fuochi fatui e la ricerca della luce,
dentro, l’ansia che sale , oltre, il dolore.
impasti questo sfascio, rimasugli di vita
e nuovo fiato, brandelli del cristallo che fosti,
frantumato dalla leggerezza

 guardi a miriadi le stelle a terra
stelle di vetro, luci toccate dalla luna.
l’ombra assale il desiderio di vedere
sotto la tenda ,solo, uno spiraglio.
non resta altro. raccogliere le schegge
la memoria, il tempo. le mani ferite.

riannodare i fili in nuove trame

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lo scricchiolio sinistro e la frattura

lo schianto i vetri rotti e l’anima di sangue

immobile forse sopravvissuta forse respira

ancora - la nebbia agli occhi adesso accende

cristalli di dolore - degli antichi smerigli resta

la goccia verde che scivola leggera senza posa

celo la piaga dentro la curvatura della schiena

non dire nulla - taci -

c’è una vittoria sola solo alla fine-

non dire nulla  ancora - sanguina il cielo

di questa notte  accogli la ferita

 sconfitta taccio - ancora -

 non vengono parole  adesso

a dare un limite un confine

un margine di cielo a questo strazio

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mi guardavi da lontano, pensando

i miei passi di schiena

odiando dell’inverno gli altri occhi

occhi di vetro senza pianto-dicevi-

lacrime di cuore erano le tue lacrime

di sangue trasfuso dentro il respiro

guardati dal prendere freddo

il gelo era sceso dentro le mani

a cogliere petali e voci di ghiaccio

a stendere veli fra chiamate senza risposta

mi perdevo di teorie e la vita fuggiva

emorragia di sguardi gli occhi sfuggenti

perchè  ti allontanavi e da lontano

il filo dipanava il mio respiro

sempre più lento sempre più lieve

fragile vetro soffiato dal mastrovetraio

le tue mani sul calice del giorno

 a sollevare sole il peso del dolore del mondo

dov’eri? dove fossi andata senza cappotto

il vento di ieri tagliava il viso in lame di luce

e il domani restava un mistero da svelare

restavi a guardare il mio sogno svanire

e svanivi nell’ombra e ancora mi davi la mano