Archiviazioni mensili: Dicembre 2007

Continuità

Forse quanto è possibile è accaduto,
ma da te si rigenera l’attesa,
la piena d’avvenire trattenuta
dal cielo fino all’ultima preghiera
mentre,sempre immaturo, con perenne
vicenda si ricrea dalle sue ceneri
il domani e ogni giorno precipita deluso
come musica stanca di sgorgare
musica rifluisce alla sorgente.

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Dal mondo esposto

L’amore è la salute della scimmia.
Gli occhi dell’asino santo imbrattati dal vedere
la ruggine quieta delle cisterne.

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Il mondo moderno non è una calamità definitiva. Esistono depositi clandestini di armi.

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di Fabio Franzin
(A Rossale, al soprano dei miei silenzi)

Questo orto di pace
(alla pieve di Clauzetto)
L’angelo di marmo con la mano
posata sul cuore e i due putti
dorati là in alto ai lati del tabernacolo
o quelli lignei nel sommo nuvoloso
di un’asta barocca la vasta corona
aurea sospesa sopra l’altare

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DANIELE DE ANGELIS (1981)

Neon

Su una sedia a rotelle s’è messo a dormire;
il braccio puntato con forza alla barella
gli regge la testa (senz’ombra il pavimento).

La porta scorrevole di legno chiaro, enorme
quadrato, dispone a compulsare targhe
alle braccia conserte sul petto, al passeggio
decerebrato, come muscione sul vino.

Ha l’ago nel braccio quand’esce, di una flebo
trasparente, e la nausea che l’ammutolisce
(il vomito sul panno assorbente, teso
sotto al mento, gettato nel secchio tra garze
macchiate di sangue, lacci e flaconi vuoti).

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di Massimo Sannelli

A voi uomini piace

solo una donna morta.

Le due ali che avrà

una larva cresciuta

nel bozzolo di seta

vi spaventano ancora.

Se un’anima si alza

da questo sonno, spiace.

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Si deve anzitutto osservare che vi è un linguaggio religioso vero e uno falso. Tale linguaggio è vero se, chi parla, lo fa sulla base della propria esperienza, oppure se parla in modo da rendersi compartecipe dell’esperienza di un altro; è falso se chi parla manipola parole religiose per fini sociali, estetici o politici, se - avvalendosi di esse - esprime o suscita sensazioni pseudoreligiose… Orbene, vi è un linguaggio legittimo, che esprime esperienze non primarie, ma serve all’analisi di tali esperienze e dei loro contenuti, e si tratta del linguaggio scientifico. Anche per questo linguaggio, però, vale il principio secondo cui esso, per essere autentico, presuppone l’esperienza. E allora anche una parte del linguaggio della scienza delle religioni si rivela fondamentalmente non genuina, nonostante ogni conoscenza specifica, in quanto manca di tale premessa. Per questa ragione esso avrà sempre la tendenza a stemperare l’elemento religioso in elementi di altra natura, ideologica, psicologica o sociologica.

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Siete poeti? Gente che ama il lampo nella notte e il cerchio nell’acqua, adepti di una metafisica volatile e sprezzatori di lenta tessitura narrativa, troppo vicina – dite voi – alla prosa del quotidiano? O raffinati cultori d’aforismi e scritture liminali, dove l’ordine del discorso è sfidato a duello da ingegni inquieti e renitenti alla leva del potere (ma quanta boria, a volte, e giacobinismo d’accatto, negli epigoni di Montaigne)?

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Un mattino

La mattina, seduto sopra le fini
erbe del campo, col pensiero oscillai
vagamente cercandomi, o come chi caduto
esita al brivido di questo istante. Certo svenuto
con le braccia scollate e Dio pregando
che tace dell’inferno sopra il mondo,
io ero.

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“[…] Some words on a page, the heads of flowers, the many other things returned in a different meaning: all mid-ocean islands. And there’s no other choice for me away from here. The immense distance from yesterday to today stands still. When I broke my fate and flied over here, oh who would believe me now?” [estratto da una lettera scritta da Manchester, estate 2005]

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La Scrittura - Sindone di Massimo Sannelli

Stefano Guglielmin

Se lo stile di Sannelli nasce dall’urgenza di salvare la voce, come afferma Fabio Zinelli ne La parola plurale, è anche vero che quest’ultima, incidendosi nella pagina scritta, diventa epigrafe, dettato definitivo, testimonianza indelebile.

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Il mondo visto dallo spioncino. E’ un gioco di specchi convessi, di lenti deformanti. Un universo livido e grottesco. Ridicolo e inquietante. Un mondo guardato da un oblò senza oceano né mare, ma affacciato sulla tromba delle scale di un condominio qualsiasi, in una città qualsiasi. Un’umanità che vista da questa “lente rimpicciolente” - un po’ come le maschere che James Ensor dipingeva tra i passanti per le strade di Bruxelles - appare caricaturale, storpia, istintivamente infida.

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“Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case;
voi che trovate tornando la sera il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce la pace,
che lotta per mezzo pane,
che muore per un sì e per un no.
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Gaston Bachelard – La poesia, o di un’infanzia immemorable Gaston Bachelard
Con Cyrano abbiamo esemplificato il potere alienante di un’immagine proiettiva, piccolo contributo a una psicologia del narcisismo. Ora, invece, mostriamo come l’immaginazione poetica ci permetta di compiere il movimento opposto: quello che ci riporta al più profondo di noi stessi. Celebre epistemologo e raffinato lettore di poeti, Bachelard (1884-1962) indica la via della rigenerazione d’anima nella réverie, lo stato sognante che la parola poetica induce. Nella réverie poetica troviamo un’infanzia più vera di quella che i nostri ricordi ci insegnano a ricostruire: all’orlo del tempo, nella solitudine cosmica di una coscienza aurorale, noi abitammo il mondo come mai più. Spetta alla poesia rivelarci una precedenza d’essere che è più vera della storia, e riportare la prosa dei giorni alle origini dell’essere parlante. Il testo è tratto da: G.Bachelard, La poetica della réveerie, Dedalo 1972. Continua Qui

Sarà col crescere del mondo e delle parole, più onnipresenti e fuggevoli. Sarà l’ingigantirsi illimite dell’io, di milioni e milioni di uomini che migrano verso lo spazio infinito, del web, per ritrovarsi di nuovo, e poi di nuovo, ancora, con battesimale parola: “id…” “Madre, da questo luogo remoto e vicino io scrivo, mi disvelo come mai avrei creduto, per smentirmi, magari, poco dopo, per dichiararmi e prendere forma, davanti a una platea di occhi invisibili, silenti, che vedono e non vedono, come nell’abisso d’un oceano. Osservo come un possidente i miei poderi sconfinati, di parole, di immagini e di suoni; e il ripetersi del nome, il mio, come eco infinita; e le messi dei commenti per aver forza di nutrire, poi, altri poderi, e avere nuove messi, ancora, da riversare; continua qui