La poesia del Giobbe è tutta in quelle vene rigonfie sulla pelle di bronzo sottile e invecchiata. Prima ancora che nel capo chino, nel corpo piegato alla volontà del Dio padrone. E’ un servo fiero che a ogni osservatore rinnova lo spettacolo della sua prostrazione: pare che si sia inginocchiato sulla pietra solo un istante fa, intorno al corpo senti ancora l’aria appena mossa, tagliata dalle braccia come da stanchi caparbi fendenti. In Giobbe Messina trasfuse, per virtù demiurgica, e sì, divina, un po’ se stesso: la sua ferra volontà (l’apprendistato da marmista iniziato ad appena sette anni), l’umiltà sconfinata (lo studio inesausto della scultura classica, finte d’ispirazione continua e modello imprescindibile per la sua vicenda artistica), la perseveranza (nel lavoro come negli affetti, l’amatissima moglie Bianca conquistata con fatica e a dispetto delle convenzioni che volevano lontani lei di ottima famiglia, sposata e già madre, lui reduce da un’infanzia poverissima e non ancora riconosciuto ufficialmente per il suo talento).
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