Archivi Giornalieri: Marzo 15th, 2008

di Beppe Sebaste

Un anno fa, mentre collaboravo con l’artista Christian Boltanski alla progettazione e realizzazione del Museo per la memoria di Ustica a Bologna, facemmo visita al deposito in cui dentro a scatole di cartone si conservavano gli oggetti, sommersi e salvati, appartenuti ai passeggeri del Dc9. Boltanski e io, turbati, le chiudemmo subito: troppa vita, e troppo nuda; troppa sensibilità in quegli oggetti che occorreva sottrarre allo sguardo, non confondere con la profanazione della finzione e dell’arte. Poi tutto si è precisato: gli oggetti appartenuti ai passeggeri del Dc9, che il museo conserva, sono riposti in scatole nere di diverse grandezze che costeggiano il relitto dell’aereo. Li abbiamo inventariati in un libro, con fotografie piccole, un po’ sfuocate e in bianco e nero, precedute da un mio testo in forma quasi di elenco - poiché elencare significa anche accusare, e anche una litania e un rosario sono elenchi. I visitatori ascoltano, sulla balaustra che gira intorno al relitto, mentre si riflettono in specchi anneriti., voci che sussurrano pensieri ordinari e banali di viaggiatori comuni, fantasmi come tutti noi, su un aereo estivo in volo da Bologna a Palermo. Parole universali come i volti del prossimo, come le foto degli oggetti – vestiti, pinne, oggetti da bagno, borsette - ignoti e famigliari.

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Le rondini stavano appiccicate alla finestra. Piccole rondini, minuscole sagome nere con la coda a forbice. Le avevano ritagliate tutti insieme e, una a testa, le avevano incollate sui vetri. Ventisette rondini sparse per le finestre. Una primavera affollata.
Con tutte quelle rondini diventava difficile vedere a colpo d’occhio quello che accadeva fuori, ma il bambino stava lì, i gomiti appoggiati sul banco e il colletto merlettato che spuntava sul grembiule blu, a guardare. Difficile dire a che cosa pensasse, e se gli piacesse quello stormo di rondini catturato dallo spazio della finestra, come se fossero in procinto di entrare nella stanza e svolazzare tra le teste dei bambini.
In ogni aula le maestre avevano fatto incollare ai vetri quei ritagli di cartoncino nero. Era stata una gioia rumorosa, una concessione che i bambini avevano accolto con entusiasmo.

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