Le stelle brillano in cielo, una leggera brezza lambisce le fronde degli ulivi. Sono rimasto solo in casa, sulla terrazza che domina il giardino, immerso in un silenzio appena violato dal canto dei grilli. Amo l’estate. Mi ricorda la chiusura della scuola, quando ero libero, finalmente, di scorrazzare a piedi nudi in mezzo ai campi, e salire là sul poggio ad ammirare quel florilegio di colori. Poi c’erano i giorni di festa, le bancarelle, la banda, i giochi in piazza, i cantanti… Non odiavo la scuola, andavo anche bene. Ma detestavo le regole, i libri di testo, gli orari… Avrei preferito studiare all’aperto, con dei veri maestri, come accadeva ai tempi dell’antica Grecia. E invece mi toccò frequentare un modesto liceo di provincia, sotto la guida di docenti che ci imbottivano di nozioni e non mostravano alcun interesse al di là del loro ambito, ritenendo la conoscenza “acritica” della propria disciplina indispensabile per affrontare la vita. E in qualche modo erano convincenti: a differenza di tanti miei compagni che trascorrevano il pomeriggio al bar giocando a carte e sproloquiando di calcio, io preferivo chiudermi in casa, e accapigliarmi fino a sera con Tacito ed Euclide.

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