di Elena F. Ricciardi

“I viaggi sono quelli per mare con le navi, non coi treni. L’orizzonte dev’essere vuoto e deve staccare il cielo dall’acqua. Ci deve essere niente intorno e sopra deve pesare l’immenso, allora è viaggio” (p.72)

Non tutti i libri sono un viaggio. Non tutti i viaggi, dice Erri De Luca, lo sono. Solo quando hai l’impressione di camminare sull’acqua e la tua fede che le parole possano offrirti un valido punto d’appoggio vacilla ad ogni passo e la scia lasciata dal percorso degli occhi incontro al narratore sembra svanire; quando svanisce il ricordo del punto di partenza, eppure lo senti inciso nel cuore così profondo da diventare tu stesso memoria , punto fermo, e nello stesso tempo radice sradicata che si nutre di quell’abisso spalancato dentro il nero tracciato sul foglio che ti sovrasta come un cielo rovesciato; se leggendo provi il medesimo sgomento del nomade di fronte all’infinito, lo stesso nodo alla gola di chi non può stare di notte “in mezzo alle stelle e neanche scrollarsele di dosso” solo allora il viaggio è cominciato. E’ un viaggio ricco di sorprese come quando cerchi il nome del protagonista “o guaglione” e non lo trovi, e scopri che porta il tuo nome; orfano della vita eppure vivo fino al punto di starne male, di patirla fino nel punto dove la carne e lo spirito ingaggiano la lotta estrema contro quel pensiero schizoide che vorrebbe ogni uomo diviso, separato, svuotato dell’uno o dell’altra, mentre la vita è vita solo quando ha il coraggio di riconoscersi impastata di cenere e fuoco, di sporcarsi le mani con quella cenere, di bruciarsele con quel fuoco; o quando puoi mettere il piede sull’orma di quel ragazzino tutt’ossa che si arrampica, come “a scigna” a raccattare il pallone sul balcone del primo piano , attratto dagli occhi della bambina “incapace di piangere anche per gli schiaffi”, e con lui l’aspetti per un sacco di tempo temendo di non saperla riconoscere , e ti solleva sapere che “ Il tempo non è un sacco, magari è un bosco. Se hai conosciuto la foglia, poi riconosci l’albero. Se l’hai vista negli occhi, la ritroverai. Pure se è passato un bosco di tempo.”
Sei dentro quel viaggio e non ne vuoi più uscire, sei dentro la vita, dentro la storia e non vorresti mai doverla lasciare anche se sai che dovrai soffrire, lasciare ed essere lasciato “ T’aggia ‘mpara’ e t’aggia perdere” così è, sempre. Il nome di quella bambina diventata donna che” dà ordini ai sogni e ai desideri” , ti brucia le labbra nel suo battesimo della memoria: “volevo ricordare quello che vedevo. E invece ho ricordato quello che non avevo mai sentito, il mio nome detto da te [...]
E’ la vita che comincia nuova nel sangue che affluisce sulle labbra, nel sapere chi siamo solo quando qualcuno pronuncia un nome, il nostro; viviamo nell’istante in cui diventiamo un Tu, sorretti dalla fragile potenza del respiro sull’orlo del labbro. E Anna si riconosce e dà consistenza al guaglione che sta per diventare uomo:

Sono fatta di foglie come un albero e riconosco un vento anche se non è mai venuto. Poi è stato semplice guadare dietro ai vetri e ritrovarti lì. Eri tu, alberello cresciuto nel punto lasciato. Anche tu sei fatto di legno per bruciare e navigare”

Ci riconosciamo in questa storia di persone e di sangui, nella saggezza filtrata dal setaccio dell’attesa, perché a ciascuno capita di attendere così tanto da poter dire: “ mi sono scordato come poteva essere. Aspettare mi ha fatto scordare quello che aspettavo”. Anche noi viviamo con le orecchie e i visceri tesi all’ascolto di ciò che accadrà, e aspettiamo, al termine della notte, la voce dell’aurora che, come un desiderio di luce prima che sia luce, pronuncia la sua preghiera“ Voglia il nostro che oggi sia il giorno prima della felicità”.

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