Non c’è più nessuno

Agosto 8, 2009

ulivo-secolare

Attendere, installazione degli aggiornamenti, non spegnere il computer.
Non ne poteva più. Tutto quel silenzio illumiato solo dallo schermo, scherno al suo vivere nel mondo. Che voleva dire esistere, esserci solo attraverso quella finestra che si apriva sull’illusione? Sì, questo bisogna ammetterlo, la tecnologia è un immenso inganno che rende tutto falso, crea la peggiore delle illusioni, quella della presenza mentre tutto è distante, irraggiungibile, inesistente. Ecco, ormai si sentiva così. No, non distante o irragiungibile, sarebbe bastato un passo. Sarebbe bastata una sola parola e il passo lo avrebbe fatto lei. No, sentiva d’essere diventata insesistente, semplicemente non esisteva più. Forse non era mai esistita. Era questo il tarlo che lentamente le aveva scavato quella voragine dentro. Quell’ultima chiamata gliene aveva dato conferma: Non mi va più, me ne vado, qui ormai non c’è più nessuno per cui rimanere, niente che mi trattenga qui. Non ha più senso. Ah! non ti preoccupare, tanto c’è internet per tenerci in contatto.  Fammi sapere come stai. Se hai bisogno, chiama.
Anni crollati in un solo frammento di tempo. Una vita intera le era franata addosso come un macigno. Murata viva in un sepolcro da cui, lo sapeva, nessuna risurrezione avrebbe potuto tirarla fuori. Continuava a esistere come un pixel conficcato nella memoria, un virus che non si cancella, uno di quelli che non fa troppi danni, un file che ogni tanto si accende : Erica chiede di entrare. Erica è un programma eseguibile che potrebbe danneggiare il computer. Azione consigliata: Elimina.

Non c’è più nessuno che mi trattenga qui.  Non c’è più nessuno.
Installazione aggiornamenti fallita, premere qui per tentare una nuova installazione.
Imail posta in arrivo (173)… (174)… (1714) erica.c
Non c’è più nessuno per cui valga la pena.

Nessuna attesa

Giugno 16, 2009

Io non aspetto niente. Di sera mi addormento solo per dormire, senza domandarmi che accadrà domani, senza pensare al giorno che è passato; lo seppellisco sotto la coltre pesante dell’ombra che mi ricade addosso mentre spengo la luce. E non è successo niente. Prego Dio per abitudine incallita, come un mantra vuoto col quale mi stordisco fino a vedere gli ultimi pensieri, sparsi in parole senza legame, volarmi intorno con quelle lucciole che si accendono negli occhi, come le stoppie che improvvisano voli casuali dalla brace che si spegne, nel buio pesto della stanza. Ascolto il silenzio e nel silenzio il battito del cuore che assomiglia al lento precipitare della goccia da un alambicco che si svuota: prima o poi finirà. E non aspetto niente. All’alba il suono della sveglia mi riporta al gesto di prendere la compressa salvavita. Quaranta, cinquanta giorni senza e mi addormenterei per sempre, forse senza soffrire, l’abitudine del gesto però è forte: un po’ d’acqua e una compressa ti tiene in questo mondo, in questo modo, e devi solo attraversare, o farti attraversare da un’ altra giornata senza aspettare niente.

Epitaffio

Marzo 6, 2009

mimosaTe ne sei andato ventuno anni fa. Era domenica mattina, una mattina in cui la primavera già faceva le sue promesse di rinascita. L’aria tiepida, i germogli intenerivano i rami duri dell’inverno e la mimosa aveva fatto la sua comparsa di colore e profumo. Mi facesti custode delle tue ultime parole e furono la promessa di incontrarci di lì a poco. Poi fu il buio. Ero la bambina di casa, avevo ventun’anni e il futuro incerto. Eri per me l’unica certezza, l’unico sostegno, l’unico per il quale avrei dato la mia vita, l’unico per il quale facevo tutto ciò che c’era da fare anche quando non sapevo dove mi avrebbe condotta. Il futuro era spaventoso, un grande enigma, un immenso punto di domanda di cui nessuno, nemmeno tu, sapeva darmi risposta. Il presente incerto come le mie gambe d’anoressia in cui ogni passo era la scommessa che non sarei caduta, e non cadevo, mentre il miracolo della vita mi scivolava addosso senza farsi sentire, senza accendermi il cuore e i sensi: la bella Turandot di ghiaccio poteva sopravvivere soltanto a patto di non sentire ma tu eri lì, padre adorato, orgoglioso di quell’adorazione silenziosa il cui tributo fu la morte dentro il mio cuore. Non ci fu il tempo di ucciderti nel sogno, di ribellarsi e tu facesti ciò che solo un tiranno crudele poteva macchinare: te ne andasti portando via con te ciò che mi avrebbe reso libera, lo scontro, la lotta, il rifiuto, il ritorno. Te ne sei andato ventuno anni fa. Era domenica mattina e se mi avessi strappato un braccio, un occhio, un piede e lo avessi portato con te sarei stata storpia per sempre ma libera, invece mi lasciasti intatta, integra e bella dimenticando, nella fretta di fuggire, di sciogliere le mie catene, di liberarmi il cuore e io, terrorizzata da quell’abisso spalancato dinanzi a me, non ebbi forza e lo lasciai sul tuo letto di morte. Poi venne un uomo che mi promise vita ma anche lui partì. Voltandomi le spalle cancellò per sempre i tratti del mio volto dall’orizzonte breve dell’incontro. Era destino o forse fu soltanto colpa mia.

Biglie

Dicembre 5, 2008

Cosa si prova ad essere biglia che rotola fra la sabbia sospinta dal gradiente del terreno e dall’imput dettato dalla “schicchera” del bambino che gioca? Forse la sicurezza di chi sa quale strada deve percorrere, la scorrevolezza di chi non trova intoppi sulla via… ma non siamo biglie smeraldine o con la faccia di Gimondi e il padre che ci osserva può essere un modello irraggiungibile

A bocca aperta

Novembre 4, 2008

occhi

C’è uno sguardo trasparente che si apre sul mondo e sulla vita ogni volta che lasciamo che a parlarci sia qualcosa che va oltre il raziocinio, oltre la logica, oltre la considerazione causale degli eventi. Come da bambini ogni cosa desta meraviglia, e solo per questo è un miracolo, così aprire il cuore alla voce del desiderio di assoluto che ci abita può far crescere in noi il frutto della speranza

Andare all’essenza

Ottobre 28, 2008

A volte basta un bel soprabito attillato per sentirsi meno persi fra la gente. Un bel capo d’abbigliamento sembra definire il confine fra noi e gli altri, a volte fra noi e Dio (qualcuno potrebbe dire, e dice, che è la stessa cosa). Eppure è quando ci accade di essere spogliati delle maschere e delle sicurezze, costruite stando bene attenti affinché non vi siano spiragli per l’ignoto, che può accadere il miracolo. Quando non ci resta più nulla su cui poggiare appare come un miracolo l’immagine del Dio ignoto che ci viene incontro, col dono della fede

Io lo chiamo cuore

Ottobre 23, 2008

C’è tutto un mondo, racchiuso come in una goccia, un distillato di memoria, l’essenza profumata del cuore, nel breve e intenso racconto di Fabrizio Centofanti . Non finiremo mai di stupirci della sua capacità di toccare corde in grado di accendere gli armonici del nostro sentire.

Gossip

Ottobre 9, 2008

Chi l’avrebbe detto che sarei riuscita a interessarmi di gossip? Se, come me, siete allergici alle storielline melassose e false del gossip, non perdetevi questo racconto. L’ironia di Fabrizio Centofanti riesce a rendere godibile anche questo aspetto così tristemente diffuso della nostra realtà

Media

Luglio 21, 2008

di Fabrizio Centofanti

Nell’aeroporto c’è un ordine perfetto: il picchetto dei soldati schierati in due file, una di fronte all’altra, i fotografi costretti ad ammassarsi contro la recinzione di metallo, il corteo del presidente e la sua bella moglie con gli occhiali da sole, il tailleur chiaro, aderente al punto giusto. Gli sguardi sorridono, la visita è finita, l’accordo è totale.

continua

Al suono della sveglia l’uomo inciampando va in bagno e si guarda allo specchio, da cui lo guarda un tale che gli sembra di riconoscere, ma non ricorda chi è.
Giunto in ufficio non trova il voluminoso dossier che il giorno prima gli ingombrava la scrivania. Chiama la segretaria:
“Pronto, Cristina… Cristina? No, scusa, hai una voce… Già, il raffreddore… prenditi un latte col miele. Senti, ho chiamato per quel dossier di ieri… L’ha voluto il direttore? Ah be’ allora… Fammi sapere… Ciao, riguardati”.
E l’uomo s’immerge nel lavoro, tanto per fare, nel mare di cose indispensabili e inutili.

continua

Dopo aver messo la parola “Fine” in fondo al libro di cui non avrebbe mai voluto essere l’autore, Erre scrive all’editore la seguente lettera, che potrà pure fungere da pre-
o postfazione:

“Egregio Dottor ***,
da anni la possibilità che lei mi offriva di pubblicare un romanzo nella sua collana erotica mi sembrava, se non proprio un’offesa, almeno un violento e beffardo contrappasso a tutto ciò in cui credevo e che andavo gridando: mi sembrava il sale gettato sulla coda all’uccello che vuole troppo cantare e saltare, al fine di appesantirlo, di farlo voltare a leccarsi, di confonderlo nella schiera anonima di tutti gli altri pennuti.

continua

Da una telefonata con XY, editore e imprenditore geniale: “Alcuni di noi stanno sbancando il casinò, ma il casinò si trova sul Titanic in mezzo all’Oceano”.

continua

Levate la pietra

Gennaio 3, 2008

di Fabrizio Centofanti 

Oggi abbiamo riscaldato un po’ la chiesa, perché qualcuno potrebbe stare male. La sacrestia, invece, è sempre un frigorifero. Prima di varcarne la soglia, per la messa, mi concentro sui tre amici: Gesù, Maria e Padre Pio. Chiedo loro aiuto, perché è come lanciarsi nel vuoto. Entri in una cosa non tua, e devi volare. La sacrestia è la pedana di lancio, con le pareti spoglie, le ragnatele che pendono dall’alto. Lì sei ancora un uomo, con le incertezze e le paure. Dopo, quando superi l’archetto, non sei più tu a guidare il gioco.

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Idiosincrasie

Agosto 22, 2007

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Mi piace la cioccolata, quella extrafondente con le nocciole intere che scricchiano sotto i denti e quel sapore burroso nell’impasto tenero del cacao, il peperoncino dappertutto tranne che nel caffè. Mi piace Mozart , sinfonie opere e messe. Mi piace l’odore dello zenzero mischiato alla cannella, il miele impastato con gocce di mirra  spalmato sulla pelle prima della doccia . Mi piace la sveglia prima dell’alba e l’attesa primordiale del sorgere del sole, il tremore che non accada ed il timore fanciullesco che resti buio per tutto il giorno, l’odore dell’estate e dell’inverno, quello dell’erba bagnata dopo un temporale estivo,…

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A mio padre

Agosto 21, 2007

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Era marzo, il sei , era  domenica. Da un po’ non stavi bene. Avevano detto che era una cosa che potevano tenere sotto controllo anni e anni, durasti diciotto mesi e quella mattina dopo avermi salutata, sono l’ultima persona ad averti visto vivo, in piedi davanti a me, in pigiama, l’ultima che ti rivolse la parola e l’ultima tua parola la conservo ancora ”ciao bella, vado a letto, non ho dormito sta notte, ci vediamo dopo” un dopo che non venne mai,  ancora non riesco, a diciannove anni di distanza, a farmene una ragione, ti sei addormentato in un sonno tormentato e tormentoso. Tormentato per te, che ti lamentavi e dimenavi senza controllo in quello strano stato confusionale che , come disse la dottoressa, avrebbe dovuto risolversi in pochi minuti all’ospedale.

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