Archivi Categorie: diario

Al suono della sveglia l’uomo inciampando va in bagno e si guarda allo specchio, da cui lo guarda un tale che gli sembra di riconoscere, ma non ricorda chi è.
Giunto in ufficio non trova il voluminoso dossier che il giorno prima gli ingombrava la scrivania. Chiama la segretaria:
“Pronto, Cristina… Cristina? No, scusa, hai una voce… Già, il raffreddore… prenditi un latte col miele. Senti, ho chiamato per quel dossier di ieri… L’ha voluto il direttore? Ah be’ allora… Fammi sapere… Ciao, riguardati”.
E l’uomo s’immerge nel lavoro, tanto per fare, nel mare di cose indispensabili e inutili.

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Dopo aver messo la parola “Fine” in fondo al libro di cui non avrebbe mai voluto essere l’autore, Erre scrive all’editore la seguente lettera, che potrà pure fungere da pre-
o postfazione:

“Egregio Dottor ***,
da anni la possibilità che lei mi offriva di pubblicare un romanzo nella sua collana erotica mi sembrava, se non proprio un’offesa, almeno un violento e beffardo contrappasso a tutto ciò in cui credevo e che andavo gridando: mi sembrava il sale gettato sulla coda all’uccello che vuole troppo cantare e saltare, al fine di appesantirlo, di farlo voltare a leccarsi, di confonderlo nella schiera anonima di tutti gli altri pennuti.

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Da una telefonata con XY, editore e imprenditore geniale: “Alcuni di noi stanno sbancando il casinò, ma il casinò si trova sul Titanic in mezzo all’Oceano”.

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di Fabrizio Centofanti 

Oggi abbiamo riscaldato un po’ la chiesa, perché qualcuno potrebbe stare male. La sacrestia, invece, è sempre un frigorifero. Prima di varcarne la soglia, per la messa, mi concentro sui tre amici: Gesù, Maria e Padre Pio. Chiedo loro aiuto, perché è come lanciarsi nel vuoto. Entri in una cosa non tua, e devi volare. La sacrestia è la pedana di lancio, con le pareti spoglie, le ragnatele che pendono dall’alto. Lì sei ancora un uomo, con le incertezze e le paure. Dopo, quando superi l’archetto, non sei più tu a guidare il gioco.

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Mi piace la cioccolata, quella extrafondente con le nocciole intere che scricchiano sotto i denti e quel sapore burroso nell’impasto tenero del cacao, il peperoncino dappertutto tranne che nel caffè. Mi piace Mozart , sinfonie opere e messe. Mi piace l’odore dello zenzero mischiato alla cannella, il miele impastato con gocce di mirra  spalmato sulla pelle prima della doccia . Mi piace la sveglia prima dell’alba e l’attesa primordiale del sorgere del sole, il tremore che non accada ed il timore fanciullesco che resti buio per tutto il giorno, l’odore dell’estate e dell’inverno, quello dell’erba bagnata dopo un temporale estivo,…

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Era marzo, il sei , era  domenica. Da un po’ non stavi bene. Avevano detto che era una cosa che potevano tenere sotto controllo anni e anni, durasti diciotto mesi e quella mattina dopo avermi salutata, sono l’ultima persona ad averti visto vivo, in piedi davanti a me, in pigiama, l’ultima che ti rivolse la parola e l’ultima tua parola la conservo ancora ”ciao bella, vado a letto, non ho dormito sta notte, ci vediamo dopo” un dopo che non venne mai,  ancora non riesco, a diciannove anni di distanza, a farmene una ragione, ti sei addormentato in un sonno tormentato e tormentoso. Tormentato per te, che ti lamentavi e dimenavi senza controllo in quello strano stato confusionale che , come disse la dottoressa, avrebbe dovuto risolversi in pochi minuti all’ospedale.

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Domenica

 Ottobre è un mese che amo. Quando c’era lei andavamo a fare lunghe passeggiate, era un’ instancabile camminatrice, e conosceva a menadito vicoli e vicoletti lontani dagli itinerari dei turisti , stradine in cui padrone era il silenzio o solo il frullo d’ali di passeri che davano l’ultimo saluto al tepore dell’estate, perchè a Roma sembra che l’estate non voglia finire e il calore del sole bacia ancora ardente la pelle anche se la foga d’agosto s’è trasformata in un appassionato abbraccio che non brucia.

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Aspro diaspro provocato dal vocabolo lombardo dolce ricordo di un nulla passato nella fretta. Talvolta è svolta , imprevista imprevedibile improvvida, vedova del destino se ne sta ferma immobile muovendo i pensieri da una parte all’altra della mente e mai una volta che l’uno sia in accordo o disaccordo con l’altro. Dodecafonie impastate d’acutezze e asprigni limoni di sicilia; granitici vezzi infantili svolgono le fiabe degli adulti dove i bambini sono poveri e infelici venduti, affamati sporchi in cerca perenne di salvezza. Continua a leggere »

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pubblicato su LPELS

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2007/02/13/un-battito-di-ciglia-di-elena-f-ricciardi/ 

Piove a dirotto sulla periferia romana, il freddo e l’umidità come coltelli piantati nella pelle in questa casa lontana, perché la periferia è a margine di tutto; la riconosci quando arrivi in un posto al confine con l’indefinito. Continua a leggere »

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pubblicato su LPELS

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E’ l’alba?
Il silenzio cade dai rami alti a gocce . La notte ha impregnato di sé le venature sottili delle foglie e ora fluisce nel tenero verde nuovo dei germogli non ancora germinati. Tutto veglia immobile nel timore di perdere anche solo una goccia di questa pioggia . Continua a leggere »