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bello l’articolo di Emanuele Giordano uscito oggi su LPELS

di Beppe Sebaste

Un anno fa, mentre collaboravo con l’artista Christian Boltanski alla progettazione e realizzazione del Museo per la memoria di Ustica a Bologna, facemmo visita al deposito in cui dentro a scatole di cartone si conservavano gli oggetti, sommersi e salvati, appartenuti ai passeggeri del Dc9. Boltanski e io, turbati, le chiudemmo subito: troppa vita, e troppo nuda; troppa sensibilità in quegli oggetti che occorreva sottrarre allo sguardo, non confondere con la profanazione della finzione e dell’arte. Poi tutto si è precisato: gli oggetti appartenuti ai passeggeri del Dc9, che il museo conserva, sono riposti in scatole nere di diverse grandezze che costeggiano il relitto dell’aereo. Li abbiamo inventariati in un libro, con fotografie piccole, un po’ sfuocate e in bianco e nero, precedute da un mio testo in forma quasi di elenco - poiché elencare significa anche accusare, e anche una litania e un rosario sono elenchi. I visitatori ascoltano, sulla balaustra che gira intorno al relitto, mentre si riflettono in specchi anneriti., voci che sussurrano pensieri ordinari e banali di viaggiatori comuni, fantasmi come tutti noi, su un aereo estivo in volo da Bologna a Palermo. Parole universali come i volti del prossimo, come le foto degli oggetti – vestiti, pinne, oggetti da bagno, borsette - ignoti e famigliari.

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Nel 1519, due anni dopo che Lutero aveva affisso le sue novantacinque tesi sulla porta della chiesa di Wittenberg, Carlo V (che gli spagnoli continuano a chiamare Carlos primero) si ritrovò a capo di un impero mondiale. Gli anni che seguirono furono scanditi da guerre, ribaltamenti di alleanze, paci infide, massacri e saccheggi. Solo lo sfinimento e il cambio generazionale convinsero tutti ad accettare lo status quo. Nel 1545, un papa dimezzato e contestato aprì il Concilio di Trento. Dal viaggio di Colombo non era passato neanche mezzo secolo.

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La via verso la propria integrità

In un tempo di violenti conflitti politici e culturali e di perenne e drammatica agitazione sociale può sembrare ingenuo parlare di perdono o di riconciliazione. Sembra molto più efficace e ragionevole schierarsi a tambur battente, come si dice, creare fronti di combattimento, preparare le proprie milizie per le prossime battaglie: di qua il centrodestra e di là il centrosinistra, di qua i cattolici e di là i laicisti, di qua i tradizionalisti con la loro messa tridentina e di là i modernisti con le loro chitarre e le danze africane, di qua l’Occidente e di là l’Islam, ma anche di qua l’Inter e di là la Roma, da questa parte della barricata io e dall’altra l’inquilina del piano di sopra che continua a far gocciolare il suo bucato sulle mie piante. L’importante è odiarsi, escludersi a vicenda, condannarsi in blocco e senza appello, gridare le proprie ragioni in faccia all’altro.

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« Ad amalgama resa, a passi distillati subendo in piedi l’assedio di voci, la piega dignitosa delle ore; a mano stanca lavorando tenebre, implorando digiuni e spettri, una notte dietro l’altra, un bicchiere e un giorno alla volta, va avanti fino allo scadere la setta bianca e viola lutto, patito antidoto e veleno, il dover essere altrimenti, il meglio e il peggio, in attesa che suoni la propria ora in grande Stile, di forsennare l’Insensato e sbrigare il Soggettile. Tutto va per il meglio finché dura. Il solo passo, signori, è sempre e solo verso le cose stesse, dimenticare d’avere iniziato.

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Dedico questo testo a Mario Pandiani, perchè nasce come riflessione a margine di un suo precedente intervento su LPELS

In un thread precedente, (una polemica sulla realtà storica di Gesù Cristo e le eventuali manipolazioni fattene dalla tradizione ecclesiastica), Mario Pandiani ha scritto:
“Io penso che la vera ricerca storica, effettuata con criteri di rigore filologico e antropologico che potrebbe dare dei risultati realmente interessanti oltre a ristabilire alcuni punti fermi sulla natura stessa della chiesa e delle sue espressioni dogmatiche, sarebbe lo studio approfondito della liturgia. Perchè? perchè nella forma liturgica trovano posto i fondamenti e l’economia della vita cristiana. E soprattutto è con le riforme liturgiche che si sono operate le modificazioni più profonde e anche più dolorose all’interno della chiesa, perchè è dalla vita liturgica che la chiesa trae la sua stessa vita e non dall’esegesi dei testi, non è infatti con la Bibbia che si fa una chiesa.”

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“Soltanto i giovani hanno momenti del genere. Non dico i più giovani. No. Quando si è molto giovani, a dirla esatta, non vi sono momenti. E’ privilegio della prima gioventù vivere d’anticipo sul tempo a venire, in un flusso ininterrotto di belle speranze che non conosce soste o attimi di riflessione.

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Pensando alla scrittura, si materializza davanti a me l’immagine di un uomo piegato su un tavolo. Solo lui, nella stanza. Un’immagine semplice ma che sa riassumerci molte cose. La distanza dal mondo, il raccoglimento, la dedizione, e, forse, anche il sogno, l’urgenza, la fede in ciò che sta facendo, la capacità di fare a meno del calore del mondo: almeno per il tempo che si trova lì.
Alcuni aspetti, i primi, sono dati oggettivi, e poco conta la motivazione personale: necessità, terapia, lutto, sofferenza, emarginazione, riscatto sociale, follia, narcisismo?
Nulla è più significativo di quell’immagine che richiama un disegno di Franz Kafka, al sicuro nella purezza del suo circolo chiuso, della sua individualità insanabile.

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di Seyyed Hossein Nasr

(Da: The Ecologist)

L’umanità moderna ha abbandonato quello che è sempre stato un principio fondamentale delle concezioni tradizionali del mondo. Il Tao dell’antica Cina, il r’ta e il dharma delle tradizioni indù e buddhista, il nomos degli antichi greci, la shari’ah del mondo islamico – tutti questi differenti concetti designano la stessa realtà. Essi, infatti, si riferiscono all’“ordine” che governa l’umanità e la natura, da cui deriva il termine moderno cosmos che significa letteralmente sia ordine che bellezza. Così, nomos in greco non designava soltanto le leggi che reggono i movimenti dei pianeti, ma anche le leggi che reggono la vita umana, e dunque le leggi secondo le quali il saggio dovrebbe vivere.

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di Riccardo Ferrazzi
Tempo fa, due amici mi hanno suggerito di scrivere un libro sulla tauromachia, una specie di romanzo-saggio. Mi sono sentito lusingato. Ma è un bel problema. Un libro così l’ha già scritto Hemingway (hai detto niente!): si intitola “Morte nel pomeriggio”. Senza contare che lo stesso Hemingway ha scritto di tori anche in “Fiesta”, in alcuni racconti, nelle pagine migliori di “Per chi suona la campana”, ecc. ecc. E poi in lingua spagnola c’è di tutto: c’è l’opera enciclopedica di Cossio, lapidariamente intitolata “Los Toros”, e ci sono centinaia di libri che coprono tutta la gamma dal manualistico al letterario, fino al famigerato “Sangue e arena” di Blasco Ibañez, capolavoro del genere strappalacrime. Insomma, per scrivere un libro sui tori dovrei dare alla materia un taglio diverso, ma non so proprio dove andare a cercarlo. Però ammetto che mi piacerebbe provarci. Mi piacerebbe davvero.

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di Antonio Sparzani

La storia di cui vorrei raccontarvi alcuni episodi corre su due rotaie, spesso parallele: quella della poesia e della letteratura, che continua a vedere l’etere come qualcosa di vago e misterioso, ma che in questa vaghezza trova la sua sottile bellezza, e quella, d’altra parte, dei tentativi che ha messo in atto la scienza per cogliere finalmente, per serrare tra le tenaglie di una definizione precisa e quantitativa, questo inafferrabile elemento, che continuamente è stato congetturato esistere, ma che altrettanto continuamente è sfuggito ad ogni presa. Perché queste rotaie non sono poi soltanto due e non sono neppure tanto ben distinte: anche la filosofia e la medicina mescoleranno infatti i loro saperi nella trama, stranamente tenace, dell’etere.

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( da Maria Zambrano, Verso un sapere dell’anima, Raffaello Cortina )

Il risultato che la Filosofia ha ottenuto sino ad ora è stato di una generosità estrema, ma anche il segno più evidente della condizione della sua inaccessibilità. La Filosofia ha infatti reso visibili tutte le cose, rimanendo essa stessa quasi invisibile. Siamo così giunti a un momento in cui la stessa domanda che il pensiero rivolgeva a tutte le cose si presenta ora rivolta alla sua esistenza: al pensiero viene chiesto di rivelarsi, di scoprire la propria condizione e di giustificarla.

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di Riccardo Ferrazzi

Ho letto uno di quei pseudo-manuali americani in cui un praticone tenta di spiegare i rudimenti della sua arte. In questo caso il praticone è uno psicoterapeuta e il tema che cerca di illustrare è il concetto junghiano di “sincronicità”. Carl Gustav Jung diede l’avvio a questa linea di pensiero scrivendo un saggio intitolato “Sincronicità come principio di nessi acausali” (che già dal titolo fa venire in mente l’Ufficio Complicazione Affari Semplici).
In estrema e sicuramente eccessiva sintesi, la faccenda è questa:
- i fatti che danno origine alle coincidenze sono in realtà più frequenti di quanto non ci sembri.

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di Antonio Sparzani

Le recenti vicende centrate attorno alla mancata visita del Papa all’Università La Sapienza di Roma hanno toccato anche questioni scientifiche centrate sulla figura di Galileo e sulla sua decennale vertenza con il Santo Uffizio dell’epoca. E hanno anche riguardato la posizione del noto epistemologo contemporaneo Paul Karl Feyerabend, da non molto scomparso, accreditandogli un po’ frettolosamente una posizione di incondizionato appoggio alla famosa condanna di Galileo.

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di Giorgio Morale

Pensieri su letteratura e poetica dallo Zibaldone

N. N. legge di rado libri moderni; perchè, dice, io veggo che gli antichi a fare un libro mettevano dieci, venti, trent’anni; e i moderni, un mese o due. Ma per leggere, tanto tempo ci vuole a quel libro ch’è opera di trent’anni, quanto a quello ch’è opera di trenta giorni. E la vita, da altra parte, è cortissima alla quantità di libri che si trovano. Onde ec. (17 Gennaio 1829).

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