Archivi Categorie: racconti

Le stelle brillano in cielo, una leggera brezza lambisce le fronde degli ulivi. Sono rimasto solo in casa, sulla terrazza che domina il giardino, immerso in un silenzio appena violato dal canto dei grilli. Amo l’estate. Mi ricorda la chiusura della scuola, quando ero libero, finalmente, di scorrazzare a piedi nudi in mezzo ai campi, e salire là sul poggio ad ammirare quel florilegio di colori. Poi c’erano i giorni di festa, le bancarelle, la banda, i giochi in piazza, i cantanti… Non odiavo la scuola, andavo anche bene. Ma detestavo le regole, i libri di testo, gli orari… Avrei preferito studiare all’aperto, con dei veri maestri, come accadeva ai tempi dell’antica Grecia. E invece mi toccò frequentare un modesto liceo di provincia, sotto la guida di docenti che ci imbottivano di nozioni e non mostravano alcun interesse al di là del loro ambito, ritenendo la conoscenza “acritica” della propria disciplina indispensabile per affrontare la vita. E in qualche modo erano convincenti: a differenza di tanti miei compagni che trascorrevano il pomeriggio al bar giocando a carte e sproloquiando di calcio, io preferivo chiudermi in casa, e accapigliarmi fino a sera con Tacito ed Euclide.

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Non sapevo nulla di loro. Anche se erano i miei genitori. Forse ciascuno di noi sa degli altri, anche delle persone più vicine, solo quel tanto che basta per tirare avanti. Piccole abitudini, gusti nel cibo, il colore degli occhi e i colori preferiti dei maglioni. Inezie che ci rivestono come uno strato di pelle morta, come un involucro di migliaia di cellule morte che ci rende opachi agli sguardi.
E forse è meglio così.

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L’altro giorno sono andato a farmi un giro in centro. Mentre mi specchiavo in una vetrina, ho notato un paio di pantaloni in saldo e ho deciso di comprarmeli.
Sono entrato nel negozio e ho chiesto al commesso di farmeli provare.

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l trapezio, aiutati col trapezio, sposta la coperta, tirami su, bene, adesso abbassiamo il letto, aggrappati al trapezio, piega le gambe, e uno e due tre, suuu!, ora rialziamo il letto, ti sistemo il cuscino, poi guardiamo la flebo, il vicino cosa dice?, parla con la donna che gli passa la notte, che ore sono?
quasi mezzanotte

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Sarebbe arrivato alle quattro.
Nonostante il caldo, indossa un abito estivo color crème e tiene al guinzaglio un vecchio cane dal pelo maculato. Fa fatica salire gli ottantotto gradini che portano a casa mia, ma deve farcela perché ha qualche cosa di importante da darmi. Il suo unico romanzo. Il romanzo della sua giovinezza : Gli Eletti.

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di Luca tassinari

Non potrebbe la vita essere tutta un sogno? In termini più precisi: c’è un criterio sicuro per distinguere il sogno dalla realtà, il fantasma dall’oggetto reale? [A.Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, pag. 49]

Ordunque lei mi chiede, egregio professor Schopenhauer, se non sia possibile che la vita tutta sia sogno. Se cioè l’uomo sia in grado di distinguere ciò che egli rappresenta alla propria coscienza in istato di veglia da ciò che gli appare quasi fantasmaticamente durante il riposo notturno. La domanda non è banale e richiede una risposta articolata e fondata su documenti di sicuro prestigio e autorità.

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Guido Tedoldi

Quell’anno a Poffolo il Natale non fu una festa spensierata. La gente non aveva la voglia né i soldi per inseguire le solite nuove compere imposte dal consumismo, c’era in giro un’aria un po’ depressa. D’altra parte Poffolo era in Italia, nazione dove i cervelli erano in fuga, gli istituti di statistica scoprivano che eravamo immersi in una mucillagine e i mass media stranieri dicevano che eravamo in pieno declino.
Neanche nella redazione dell’Araldo le cose andavano bene. Per dirla tutta facevamo fatica a trovare di numero in numero dei titoli decenti con cui aprire la prima pagina. Per nostra fortuna, qualche giorno prima del 25 dicembre, Babbo Natale scomparve. Anche se in un primo tempo, nella concitazione, sembrò una storia del tutto diversa: il rapimento di un uomo politico
Mi fiondai alla caserma dei carabinieri per avere notizie.

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di Alex Zaccuri
Da qualche giorno è in libreria il volume 68 lettere d’amore, curato da Marina Visentin per Ponte alle Grazie (conta 202 pagine e costa 10 euro). Sono love letters di grandi scrittori e scrittrici, pubblicate con un certo anticipo rispetto alla data canonica di San Valentino. Mi avevano chiesto una prefazione, io ho scritto un racconto. Questo.

Avrebbe voluto essere capace di scriverle con il pensiero, come fa Margherita nel romanzo di Bulgakov, mentre se ne sta seduta da sola, in un parco di Mosca, parla al Maestro senza muovere le labbra e il Maestro le risponde, è una voce nella sua mente, l’unica voce che possa ascoltare il suo silenzio. Più che altro, avrebbe voluto essere capace di trovare la parole giuste, proprio come Margherita, ancora lei, quando racconta com’è iniziato l’amore con il Maestro. Come un assassino che sbuca da un vicolo, aveva scritto Bulgakov: «Così colpisce un fulmine, un pugnale».

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di Giovanni Agnoloni 

Deirdre aveva perso la memoria. Vagava da un tempo indefinito per il centro di Firenze, e si accorgeva di stare invecchiando. Era brutta e quasi sempre puzzava. Ma per lei ogni giorno era uguale agli altri, e veramente non riusciva a fermarsi e a ripartire. Il tempo si era come bloccato a una data che non sapeva mettere a fuoco

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Di Andrea Becca

Nel silenzio della notte, nel buio della ragione, si aggira il fantasma delle streghe che tanto turbó il sonno dei ventimigliesi seicenteschi. In alcuni comuni limitrofi come Triora oggi sono diventate un’attrazione turistica. Grazie allo storico Don Nino Allaria sono riuscito a incontrare la strega Peirenetta; ma soprattutto ho scoperto il retroterra di ignoranza di quei giorni che portò all’orrore dei roghi.

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Chiara la schiuma del caffè sullo scuro del liquido.

Il vecchio si attarda a zuccherarlo attento a non fare alcun rumore, con gli occhi bassi. Accanto al bicchiere da caffè c’è il piattino con un biscotto, lo mangia e al suo posto mette il cucchiaino. Dolce il sapore del caramello che poi, come sempre, si trasforma in un amaro retrogusto. Beve il primo sorso di caffè e alza lo sguardo verso l’orologio sulla parete, lancette scure sul chiaro dello sfondo, sono quasi le otto della sera. Beve un altro sorso e guarda oltre i vetri della porta. La visuale d’angolo gli permette di concentrarsi sulla gente che attraversa venendo verso di lui o allontanandosi, in entrambi i sensi, incrociando il traffico dei veicoli.

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Il baricentro dev’essere basso. In qualunque posizione ti trovi, deve essere basso. Che tu stia seduta o sdraiata, che tu debba attraversare il palco camminando o correndo, devi fare in modo che il tuo baricentro sia perfettamente perpendicolare al centro della terra. Non esiste altro modo per ancorare il suono, che proviene da luoghi inaccessibili alla mente, lontani dalla terra, impossibili da raggiungere se il suono stesso non si è impastato della tua sostanza nel momento esatto del concepimento, alla terra. Continua a leggere »

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La gente passa frettolosa fra il tapis roulant e la porta automatica. I carrelli pieni, i bambini col palloncino accartocciato in forme varie, appena usciti da una qualunque festicciola chiassosa nel chiassosissimo centro delle meraviglie. Coppiette teneramente allacciate, vecchi mano nella mano come un tempo lungo gli argini sotto la luna, famiglie in gita fra vetrine vuote di luci. Continua a leggere »