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Guida pratica all’eternità di Fabrizio Centofanti

“Il Mistero non è mistero provvisoriamente. L’Altro è Altro per sempre. Se cessasse di esserlo, come amarlo in assoluto?”
“Dio è un eccesso di amore ma non si guarda amare”. (Francois Varillon, L’umiltà di Dio)

“Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9)

Che Fabrizio Centofanti scriva bene non lo dico io, lo dicono le pagine di questo libro di racconti, distese e intricate come la migliore partitura contrappuntistica baciata dal miracolo, dal fuoco della visione/ispirazione che non è mai altro dalla vita in sé così come sgorga dal tempo e dalla storia pur provenendo da chissà quali mondi dell’altrove.

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Stanno per essere pubblicati diciannove racconti di Fabrizio Centofanti (Guida pratica all’eternità. Racconti fra cielo e terra). Per leggerli ho impiegato il tempo che di solito si dedica a un romanzo, perché non c’è modo di leggerli senza mettersi a pensare. Uno legge il singolo racconto e si accorge che al di sotto sta prendendo forma qualcos’altro. A dispetto della sua apparenza sparpagliata, il libro ha una architettura, un senso e la giusta dose di furberia autoriale.
Tanto per cominciare: l’aspetto formale. Un pignolo potrebbe sostenere che non di racconti si tratta, ma di bozzetti nei quali viene schizzata un’impressione, un rapido imprinting di persone che restano pur sempre impenetrabili, chiuse nella loro incomunicabilità. Qualcun altro potrebbe lamentare la quasi totale assenza di azione: qui non “succedono cose”, ci sono soltanto dei “gesti” che dovrebbero gettar luce su una personalità (e invece, più si cercano significati e più ci si addentra nell’ombra).

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Recensione a: “Ancora dalla parte delle bambine” di Loredana Lipperini - Feltrinelli.
Da: Satisfiction n° 2, gratuitamente nelle librerie dal 12 febbraio 2008.

“Quando mia figlia andò all’asilo, venne chiesto alle mamme di cucinare una torta e di cucire un costume da angelo. - Non so cucire: magari posso darvi una mano a scrivere la storia, no? - No. Il primo lavoretto di mia figlia fu un guantone da forno, per me”.
Basta questo passaggio per rassicurarci: nonostante il titolo, che ha un suo incedere marziale, non ci troviamo di fronte a quel femminismo iperdentato che ci ha fatto giocare tutti gli anni Settanta noi maschi non in difesa (pur sempre dignitosa strategia) ma in tribuna, estromessi dal discorso sulla differenza di genere, vergognosi di avere tra le gambe non un organo riproduttivo ma un’usurpazione reazionaria. Questo della Lipperini è un libro piacevole e oserei dire necessario: ricerca puntigliosa, ma anche sguardo ampio e problematico, soprattutto un concerto di voci che fa parlare la sociologia, la cronaca e la Rete, ma anche molte donne e bambine, storie vere e battute fulminanti, raccolte dall’autrice per il loro valore emblematico o metaforico.

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Anselm Grun, La cura dell’anima, Edizioni Paoline
Intervista di Jan Paulas e Jaroslav Sebek, introduzione di Marco Guzzi.

Anselm Grun risponde alle domande dei due studiosi ripercorrendo con ammirevole sincerità il cammino personale che lo ha portato a intraprendere la vita monastica all’interno dell’ordine benedettino. Consapevole della profonda crisi spirituale che minaccia di inghiottire l’Occidente e della difficoltà della Chiesa stessa a contenere questa crisi, avvicinando le anime che le sono state affidate, Grun indica come l’unica via percorribile, per chi voglia riscoprire il senso profondo del proprio essere, sia quella sostanzialmente “mistica”, propria di chi “sperimenta Dio”. “E Dio”, dice Grun, “può sperimentarlo chiunque”.

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Cormac McCarthy è l’autore di Meridiano di sangue, probabilmente il capolavoro della letteratura mondiale nella seconda metà del Novecento. I suoi altri esiti letterari sono stati altalenanti e vanno dallo stupendo manierismo di Cavalli selvaggi al barocchismo di Oltre il confine, passando per romanzi non altrettanto riusciti.
Qualcuno ha rilevato nella traiettoria di McCarthy un andamento simile a quello di Hemingway, rivelatosi con Fiesta (romanzo d’avanguardia, quasi senza trama, quasi sperimentale) e poi caduto in una narrativa compiacente, tesa al sentimentalismo e all’effetto come in Il vecchio e il mare. Nello sviluppo della narrativa di McCarthy La strada avrebbe la stessa funzione.

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di Alex Zaccuri
Da qualche giorno è in libreria il volume 68 lettere d’amore, curato da Marina Visentin per Ponte alle Grazie (conta 202 pagine e costa 10 euro). Sono love letters di grandi scrittori e scrittrici, pubblicate con un certo anticipo rispetto alla data canonica di San Valentino. Mi avevano chiesto una prefazione, io ho scritto un racconto. Questo.

Avrebbe voluto essere capace di scriverle con il pensiero, come fa Margherita nel romanzo di Bulgakov, mentre se ne sta seduta da sola, in un parco di Mosca, parla al Maestro senza muovere le labbra e il Maestro le risponde, è una voce nella sua mente, l’unica voce che possa ascoltare il suo silenzio. Più che altro, avrebbe voluto essere capace di trovare la parole giuste, proprio come Margherita, ancora lei, quando racconta com’è iniziato l’amore con il Maestro. Come un assassino che sbuca da un vicolo, aveva scritto Bulgakov: «Così colpisce un fulmine, un pugnale».

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Da quando studio filosofia, circa trent’anni, considero questo il più importante evento editoriale nel nostro paese.

So che quest’affermazione susciterà perplessità, perchè il gesuita canadese (1904-1984) è semisconosciuto anche alla maggioranza dei lettori di opere filosofiche, ma si tratta di una figura che sta assumendo e assumerà in futuro un’importanza capitale tra i cultori della materia

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Mario Fresa

Separazione dalla luce

Eros e smarrimento di sé nella rappresentazione poetica
di Sannelli, Santoro, Amendolara

Questa vertù d’amor che m’ha disfatto

(Guido Cavalcanti)

La poesia che definisce la rottura di ogni divisione e che è abbandonata all’angelo leggero di un desiderio esterno all’ego del poeta è sempre rara.
Eppure è necessario, tale volo; necessario è tale precipitare tra le braccia di Eros (il suo respiro cancella l’identità della maschera; e togliendola, nel premere la soglia, amplifica il profumo dei dolci movimenti che non cercano altri corpi; ma soltanto altri profumi).
La poesia non può essere diario; né confessione. Essa deve agire come estremo, limpido caso che appare e che ferisce, che viene all’improvviso e all’improvviso muore.

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Nello sguardo dell’altro.

“solo nel riflesso vive il proprio volto
nello sguardo dell’altro si conosce”

Daniele De Angelis (Ascoli Piceno, 1981)

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Se la parola poetica esprime, o tenta di farlo, la sostanza più profonda della cosa a cui dà nome ed esistenza, iscrivendola in un orizzonte di senso esposto alla radicale mobilità dell’occhio che ad essa si offre, questo pregevolissimo lavoro di esordio di Daniele De Angelis prefigura, a partire dal titolo stesso, insieme all’oggetto, la mappa minuziosa di un percorso di scrittura che è già, tanto sul piano teorico quanto nei risulti che qui si leggono, orientato in uno spazio di ricerca ben preciso e definito. Il diario, infatti, registra situazioni, voci, volti, luoghi di un mondo periferico, marginale, tutto chiuso nel cono d’ombra di un faro, attraversato nella quotidianità del dolore, degli affetti, della partecipazione e del distacco, e reso con cadenze narrative controllate, seguite a vista, con sicura mano, affinché non cedano mai, in nessun frangente, al sentimentalismo, alla rievocazione puramente memoriale o alla disposizione elegiaca della rappresentazione.

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“Alterazione degli stati di coscienza”: è uno dei concetti usati da Ernst Jungher e Aldous Huxley nelle corrispondenze con Albert Hofmann, il chimico della Sandoz che nel 1939 scoprì un alcaloide della segale cornuta chiamato dietilamide dell’acido lisergico – LSD. L’acido altera, allarga la coscienza, amplifica le percezioni, può andare alla radice della gioia ma anche della paura e della disperazione, si spinge in profondità in zone inesplorate del nostro animo e va oltre l’osservazione del mondo reale.

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Dall’ombra a barlumi di luce - Viaggi verso L’opposta riva di Fabiano Alborghetti

di Adam Vaccaro

Dall’ombra a barlumi di luce, questo il senso del viaggio, dei viaggi, che questo libro (LietoColle Libri, Como 2006) intreccia e racconta. Il tentativo e il quadro non possono essere più onesti e ambiziosi. La partenza non può che essere dal buio.

E qui la partenza non è solo una metafora ma riguarda partenze reali, “dei Clandestini”, del “popolo in ombra anche se pienamente visibile” (dice lo stesso autore in una nota all’inizio del libro), quale quello costituito dagli “esclusi, i fuggitivi, i sans papier” specifica Giampiero Neri nella sintetica presentazione, in cui ricorda la genesi affatto consueta del testo, nato da circa tre anni di frequentazioni con vari gruppi di questo popolo, nel corso dei quali Alborghetti ha condiviso “con loro i dolori (e io aggiungerei gli odori, ndr) e le asprezze della loro grama vita.”

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Siete poeti? Gente che ama il lampo nella notte e il cerchio nell’acqua, adepti di una metafisica volatile e sprezzatori di lenta tessitura narrativa, troppo vicina – dite voi – alla prosa del quotidiano? O raffinati cultori d’aforismi e scritture liminali, dove l’ordine del discorso è sfidato a duello da ingegni inquieti e renitenti alla leva del potere (ma quanta boria, a volte, e giacobinismo d’accatto, negli epigoni di Montaigne)?

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La Scrittura - Sindone di Massimo Sannelli

Stefano Guglielmin

Se lo stile di Sannelli nasce dall’urgenza di salvare la voce, come afferma Fabio Zinelli ne La parola plurale, è anche vero che quest’ultima, incidendosi nella pagina scritta, diventa epigrafe, dettato definitivo, testimonianza indelebile.

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Il mondo visto dallo spioncino. E’ un gioco di specchi convessi, di lenti deformanti. Un universo livido e grottesco. Ridicolo e inquietante. Un mondo guardato da un oblò senza oceano né mare, ma affacciato sulla tromba delle scale di un condominio qualsiasi, in una città qualsiasi. Un’umanità che vista da questa “lente rimpicciolente” - un po’ come le maschere che James Ensor dipingeva tra i passanti per le strade di Bruxelles - appare caricaturale, storpia, istintivamente infida.

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di Mauro Baldrati

Nelle mani giuste di Giancarlo De Cataldo è il secondo romanzo in cui m’imbatto in un ritratto di Raul Gardini (Ilio Donatoni). L’altro è Il ritorno a casa di Enrico Metz di Claudio Piersanti (ing. Marani). Nel secondo il personaggio viene rappresentato con ammirazione, l’ing. Marani è un imprenditore outsider, un gigante anticonformista che fa proposte industriali che mettono a soqquadro l’establishment (per esempio Gardini propose di utilizzare un derivato della soja, di cui era grande produttore, come additivo per la benzina); nel primo appare in tutta la statura tragica di chi, mosso da grande ambizione, forse da un’ansia di paragone col Fondatore della dinastia, del quale ha sposato la figlia, si impegna in un gioco pericoloso, più grande di lui (accordi-ricatto con Cosa Nostra).

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