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di Laura Pugno

Il bosco non è fuori ma dentro il corpo: è questa forse la chiave d’accesso per entrare Nel bosco, opera seconda nella collana “bianca” Einaudi ma non seconda nella bibliografia di Elisa Biagini Opera di consolidamento di quanto poeticamente già stabilito ne L’ospite, di riaffermazione di una voce, vede il corpo-centro qui declinato in un teatro di figure familiari e straniate: continua

Il capitalismo, come ogni altro sistema storico, tende a generare al suo interno forme di cultura complementari (subculture), legate alla sua conservazione. Sotto l’aspetto sociologico la differenza tra l’ideologia capitalista e ad esempio quella imperiale romana, è nella diversa preminenza e forza del sottosistema economico. Che nel capitalismo, a differenza della Roma imperiale, esercita tuttora una funzione determinante. Di qui la stretta relazione, nella società capitalista, tra le subculture del consumo e le istituzioni economiche del mercato e del profitto.

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di Beppe Sebaste

Un anno fa, mentre collaboravo con l’artista Christian Boltanski alla progettazione e realizzazione del Museo per la memoria di Ustica a Bologna, facemmo visita al deposito in cui dentro a scatole di cartone si conservavano gli oggetti, sommersi e salvati, appartenuti ai passeggeri del Dc9. Boltanski e io, turbati, le chiudemmo subito: troppa vita, e troppo nuda; troppa sensibilità in quegli oggetti che occorreva sottrarre allo sguardo, non confondere con la profanazione della finzione e dell’arte. Poi tutto si è precisato: gli oggetti appartenuti ai passeggeri del Dc9, che il museo conserva, sono riposti in scatole nere di diverse grandezze che costeggiano il relitto dell’aereo. Li abbiamo inventariati in un libro, con fotografie piccole, un po’ sfuocate e in bianco e nero, precedute da un mio testo in forma quasi di elenco - poiché elencare significa anche accusare, e anche una litania e un rosario sono elenchi. I visitatori ascoltano, sulla balaustra che gira intorno al relitto, mentre si riflettono in specchi anneriti., voci che sussurrano pensieri ordinari e banali di viaggiatori comuni, fantasmi come tutti noi, su un aereo estivo in volo da Bologna a Palermo. Parole universali come i volti del prossimo, come le foto degli oggetti – vestiti, pinne, oggetti da bagno, borsette - ignoti e famigliari.

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C’era una volta una donna. Cattolica. Laica.

C’era una volta una donna che amò Cristo al punto da dedicargli l’intera esistenza.

C’era una volta una donna che riuscì a vedere Lui in chiunque gli stesse davanti.

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Paolo parcheggiò con il muso della Uno rivolto verso il mare, verso l’Elba, di cui ormai si intravedeva solo la sagoma e le luci del Cavo e di Porto Azzurro. Il mare era illuminato dai riflessi della luna.
Verso piazza Bovio videro un paio di auto con sirene lampeggianti, altre macchine ferme; forse un incidente, forse un semplice controllo, ma riuscivano a distinguere altro.

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van Nicoletto
Transumananze
Per una spiritualità del/nel mutamento

Giovedì 13 marzo // ore 17.30

Casa delle Culture
Via San Crisogono 45, Roma
(piazza Sonnino)

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Quel rubinetto di merda… Siamo proprio sicuri di averlo girato a sinistra e non a destra? Come ogni sera, Giacomo fece dietrofront sui due metri quadrati che dividevano la sua stanza dalla cucina. Per l’ottava volta aveva controllato se davvero aveva spento il gas.
Un vero guaio essere arrivati a otto. Perché secondo la legge inviolabile che regolava il suo tormento, una volta che Giacomo avesse superato la mistica soglia di sette, il rito si sarebbe prolungato fino a ventuno, primo multiplo dispari di sette. Già, perché se sette era il numero che salvava, tre era il numero da salvare, e cioè Giacomo, sua madre e suo padre.
Disturbo ossessivo-compulsivo, lo aveva chiamato il dottore, raccomandando ai genitori di non essere troppo protettivi e di avere pazienza. Se fosse peggiorato, beh, si poteva pensare a una cura, ma per adesso non bisognava preoccuparsi troppo: in fondo si trattava di un adolescente e d erano solo un paio di manie in croce.

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di Elena F.Ricciardi

Cento anni fa, oggi, nasceva Anna Magnani.
La sua foto in bianco e nero mi sta davanti. E’ un magnete di potenza inusuale, non riesco a staccare gli occhi da quello sguardo. Una bellezza che pare uscita dalle mani di Efesto su progetto di Venere e Apollo: fuoco di passione vulcanica compresso in un corpo troppo piccolo per non esplodere attraverso gli occhi.

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Prefazione di Davide Rondoni

Una radicale urgenza di poesia, come se fosse lei l’unica a rendere possibile, vivibile uno sguardo stupito e tremendo, dolce e feroce. Come se fosse lei, e solo lei, la poesia, a far sopravvivere guardando.

Il lavoro di Spinali sta andando in una direzione che sarà al tempo stesso di conferma e di smentita. Sta portando la sua poesia ai confini, ai propri termini ultimi.

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C’è un sentiero dalle infinite diramazioni nel mondo poetico di Paolina Messina. Un sentiero che la poetessa percorre ogni giorno, dove il ricordo, che non è mai sterile nostalgia, ma piuttosto memoria vigile e attenta, si nutre di un passato custodito fino allo spasimo. Ed è appunto dal passato che poi, in definitiva, si visualizzano altri sentieri, altri motivi di ispirazione.

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di Giuseppe Panella 

 

[Si tratta di un primo capitolo per un libro che sto scrivendo nel corso degli anni… più che un capitolo è in realtà un’introduzione un po’ più lunga del solito per mettere in chiaro criteri e valutazioni, bilanci e prospettive, punti di vista e ricordi del passato (non a caso il testo è dedicato a Piero Cudini, un amico che non c’è più…). Giuseppe Panella]

DINO CAMPANA: LA POETICA DELL’ORFISMO TRA PITTURA E SOGNO

di Giuseppe Panella

“Si chiamava adesso Orfeo o Arfa che vuol dire:

colui che guarisce mediante la luce”

(Edouard Schuré)

[alla memoria di Piero Cudini]

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E’ tempo di revival. O di cover. Qualcuno potrebbe malignare che è un segno dei tempi, che l’inventiva sta a zero, che “non ci sono più le canzoni di una volta…”.Da qualche giorno, sulle radio nazionali (e loro addentellato, MTV) impazza una versione riveduta e corretta del famoso hit dell’Equipe84. Chi non li ricorda ? Tracciarono un solco, con il loro sound accattivante, con la portata innovativa dei loro testi, con la capacità di saper interpretare, in chiave italiana, la musica che arrivava dal regno unito e dagli states, in quella manciata di anni a cavallo del 68. Ho conosciuto una volta, in un bar non ricordo neanche più dove, presentato da un amico, Maurizio Vandelli . Se non avesse avuta la voce che ha, avrebbe avuto un futuro nel mondo del basket, altissimo.

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i figli crescono alla luce delle vetrine,
[il principio del piacere: basta solo additare]. una vetrina?
no: scandali e sfaceli, un mondo ruinante.
vedi un muro, l’intonaco nuovo: no, solo crepe e fil di ferro
sporgenti, come ossa da corpi sfatti.

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Nello sguardo dell’altro.

“solo nel riflesso vive il proprio volto
nello sguardo dell’altro si conosce”

Daniele De Angelis (Ascoli Piceno, 1981)

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Se la parola poetica esprime, o tenta di farlo, la sostanza più profonda della cosa a cui dà nome ed esistenza, iscrivendola in un orizzonte di senso esposto alla radicale mobilità dell’occhio che ad essa si offre, questo pregevolissimo lavoro di esordio di Daniele De Angelis prefigura, a partire dal titolo stesso, insieme all’oggetto, la mappa minuziosa di un percorso di scrittura che è già, tanto sul piano teorico quanto nei risulti che qui si leggono, orientato in uno spazio di ricerca ben preciso e definito. Il diario, infatti, registra situazioni, voci, volti, luoghi di un mondo periferico, marginale, tutto chiuso nel cono d’ombra di un faro, attraversato nella quotidianità del dolore, degli affetti, della partecipazione e del distacco, e reso con cadenze narrative controllate, seguite a vista, con sicura mano, affinché non cedano mai, in nessun frangente, al sentimentalismo, alla rievocazione puramente memoriale o alla disposizione elegiaca della rappresentazione.

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