Il capitalismo, come ogni altro sistema storico, tende a generare al suo interno forme di cultura complementari (subculture), legate alla sua conservazione. Sotto l’aspetto sociologico la differenza tra l’ideologia capitalista e ad esempio quella imperiale romana, è nella diversa preminenza e forza del sottosistema economico. Che nel capitalismo, a differenza della Roma imperiale, esercita tuttora una funzione determinante. Di qui la stretta relazione, nella società capitalista, tra le subculture del consumo e le istituzioni economiche del mercato e del profitto.

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Al suono della sveglia l’uomo inciampando va in bagno e si guarda allo specchio, da cui lo guarda un tale che gli sembra di riconoscere, ma non ricorda chi è.
Giunto in ufficio non trova il voluminoso dossier che il giorno prima gli ingombrava la scrivania. Chiama la segretaria:
“Pronto, Cristina… Cristina? No, scusa, hai una voce… Già, il raffreddore… prenditi un latte col miele. Senti, ho chiamato per quel dossier di ieri… L’ha voluto il direttore? Ah be’ allora… Fammi sapere… Ciao, riguardati”.
E l’uomo s’immerge nel lavoro, tanto per fare, nel mare di cose indispensabili e inutili.

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Uomo che ha l’aria di saperla lunga, specie sulla letteratura, domanda: anche nelle società mercantili si sono prodotti capolavori, come nel caso del Decameron. Come si concilia con quello che lei ha detto prima? Io credo che sia possibile produrre letteratura anche nella società capitalistica. E’ dunque impossibile scrivere nella nostra epoca? E poi, a proposito dell’intenzionalità della scrittura, lei critica chi voleva costruire trame e inserire ingredienti e passioni costruite. La letteratura dell’Ottocento è piena di capolavori “costruiti” anche con simulazioni di passioni. Cosa pensa in proposito?

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Non sapevo nulla di loro. Anche se erano i miei genitori. Forse ciascuno di noi sa degli altri, anche delle persone più vicine, solo quel tanto che basta per tirare avanti. Piccole abitudini, gusti nel cibo, il colore degli occhi e i colori preferiti dei maglioni. Inezie che ci rivestono come uno strato di pelle morta, come un involucro di migliaia di cellule morte che ci rende opachi agli sguardi.
E forse è meglio così.

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Avevano ragione loro - ci dicevano

E non poteva darsi diverso il turbamento

Della serena oasi, radura, l’acqua, il pozzo

Abitato da castelli con la luna, dal secchio

Avevano ragione loro- se ricordi-

Postura e modo di appianare i cocci

Stendere i fogli sul tavolo le carte

Dei bilanci con il peso falso, la misura

Anche adesso che di carrozza in treno

I finestrini percorrono Liguria

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Non andrò a votare. O forse sì, se da uno di quei cavalli di troia che sono i partiti – coi candidati chiusi nel burka di un contrassegno, grazie al sistema maggioritario - vedrò luccicare da lontano qualche spada, sentirò un grido convincente e indignato, noterò un viso, un’espressione fisiognomicamente credibile (Goethe, amico di Lavater, ci credeva…).

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di Beppe Sebaste

Un anno fa, mentre collaboravo con l’artista Christian Boltanski alla progettazione e realizzazione del Museo per la memoria di Ustica a Bologna, facemmo visita al deposito in cui dentro a scatole di cartone si conservavano gli oggetti, sommersi e salvati, appartenuti ai passeggeri del Dc9. Boltanski e io, turbati, le chiudemmo subito: troppa vita, e troppo nuda; troppa sensibilità in quegli oggetti che occorreva sottrarre allo sguardo, non confondere con la profanazione della finzione e dell’arte. Poi tutto si è precisato: gli oggetti appartenuti ai passeggeri del Dc9, che il museo conserva, sono riposti in scatole nere di diverse grandezze che costeggiano il relitto dell’aereo. Li abbiamo inventariati in un libro, con fotografie piccole, un po’ sfuocate e in bianco e nero, precedute da un mio testo in forma quasi di elenco - poiché elencare significa anche accusare, e anche una litania e un rosario sono elenchi. I visitatori ascoltano, sulla balaustra che gira intorno al relitto, mentre si riflettono in specchi anneriti., voci che sussurrano pensieri ordinari e banali di viaggiatori comuni, fantasmi come tutti noi, su un aereo estivo in volo da Bologna a Palermo. Parole universali come i volti del prossimo, come le foto degli oggetti – vestiti, pinne, oggetti da bagno, borsette - ignoti e famigliari.

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Le rondini stavano appiccicate alla finestra. Piccole rondini, minuscole sagome nere con la coda a forbice. Le avevano ritagliate tutti insieme e, una a testa, le avevano incollate sui vetri. Ventisette rondini sparse per le finestre. Una primavera affollata.
Con tutte quelle rondini diventava difficile vedere a colpo d’occhio quello che accadeva fuori, ma il bambino stava lì, i gomiti appoggiati sul banco e il colletto merlettato che spuntava sul grembiule blu, a guardare. Difficile dire a che cosa pensasse, e se gli piacesse quello stormo di rondini catturato dallo spazio della finestra, come se fossero in procinto di entrare nella stanza e svolazzare tra le teste dei bambini.
In ogni aula le maestre avevano fatto incollare ai vetri quei ritagli di cartoncino nero. Era stata una gioia rumorosa, una concessione che i bambini avevano accolto con entusiasmo.

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C’era una volta una donna. Cattolica. Laica.

C’era una volta una donna che amò Cristo al punto da dedicargli l’intera esistenza.

C’era una volta una donna che riuscì a vedere Lui in chiunque gli stesse davanti.

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Paolo parcheggiò con il muso della Uno rivolto verso il mare, verso l’Elba, di cui ormai si intravedeva solo la sagoma e le luci del Cavo e di Porto Azzurro. Il mare era illuminato dai riflessi della luna.
Verso piazza Bovio videro un paio di auto con sirene lampeggianti, altre macchine ferme; forse un incidente, forse un semplice controllo, ma riuscivano a distinguere altro.

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Alla fine c’erano arrivati. In un Paese dove i santi non pagano l’ICI ed i navigatori battono bandiera panamense s’erano concentrati sui poeti, facendola pagare a loro per tutti.
“Istituita l’imposta sull’inedito” strillavano i titoli dei giornali e dei notiziari radiofonici e televisivi; mentre già torme di finanzieri, come i pompieri di “Fahrenheit 451” ma con ben altro intento, battevano palmo a palmo il territorio, entravano nelle case, violavano cassetti di scrivanie e memorie di computer, stilando distinte sulla base delle quali emettevano seduta stante ingiunzioni di pagamento da onorare in tre giorni.

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Paul Valéry e la forma della poesia

Rimanere pur sempre in gioco : nonostante Zenone

di Giuseppe Panella

(La prima parte dell’articolo è apparsa qui.)

Maria Teresa Giaveri traduce il celebre secondo emistichio del primo verso della strofa XXIV del Cimetière marin con bisogna tentare di vivere ! ; Manlio Dazzi, invece, volge lo stesso verso in Tentiamo di vivere ! ; Beniamino Dal Fabbro, ancora, spezza l’emistichio in due ulteriori tronconi con Bisogna tentare di vivere! Infine, Mario Tutino, nella sua traduzione del 1963, scrive: E di nuovo, la vita ! (34).

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van Nicoletto
Transumananze
Per una spiritualità del/nel mutamento

Giovedì 13 marzo // ore 17.30

Casa delle Culture
Via San Crisogono 45, Roma
(piazza Sonnino)

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[pubblico questo testo contenuto nella sezione Il sonno di Telemaco del volume di poesia Nessuno, Manni 2007, del poeta Massimo Rizzante. Lo pubblico perché lo trovo particolarmente significativo di un modo di addentrarsi nel nodo inesplorabile della poesia. a.s. ]

«Una parte di me - disse - una parte profonda, la mia parte poetica ha residenza fissa nella stanza del drago. È prigioniera del drago e, a differenza del santo della tradizione cristiana, non può sconfiggerlo.
Sconfiggere il drago non porterebbe a nessuna liberazione dal male. Non solo perché il male è nel volersi liberare dal male, ma perché sconfiggere il drago significherebbe accettare un’altra sconfitta, la sconfitta della creazione poetica. La vita mi invita ogni giorno a uscire da questa stanza: la vita è questo vecchio usciere maligno.

continua