Luna piena

marzo 26, 2009

panneggi

addormentate all’ombra delle stelle
aspettavano il loro destino
e un paio di sandali nuovi.
camminare e aspettare, camminare e aspettare…
avevano insegnato loro il panneggio
e la giusta proporzione tra il fianco e la vita
e la vita sempre più stretta fra invisibili dita arcuate
di tempo, intrecciate di spine e memoria.
E il sole si sarebbe spento prima del loro immenso dolore
e la luna avrebbe sciolto il suo latte
in capezzoli di vento a nutrire foglie morenti di nostalgia.
camminare e aspettare camminare e aspettare…
tornare indietro per acquistare l’olio,
accendere il futuro scritto
dal passo che verrà non fu possibile.
addormentate dentro le belle tuniche di seta
sognarono carezze di vento nuovo
sui visi stremati dal pianto.
il padrone avrebbe scelto la più bella
ascoltando la voce nel buio
tutto era pronto
per la sua gabbia dorata
per la sua conchiglia di eco
tutto era pronto per la prossima luna piena.
mentre moriva l’ultima stella

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Il battito del mare

marzo 25, 2009

mare
Rimase sola ad ascoltare il tempo
per raggiungere la notte, tremante
sull’orlo fra essere e nulla.
forse fu il nero di seppia o la sua
fotografia sbiadita o gli occhi,
i suoi occhi, cerchiati di luna
a coprire con pietosa miseria
il ricordo di quello sguardo lontano

irraggiungibile irraggiungibile
irraggiungibile e mai più raccolto
quel soffio di luce, quel raggio di vita
quel battito fermo su filo che scorre
smarrito fra anima e dita

e il vento soffiò un’altra volta,
fra il velo di gonna e un sorriso malato,
il suo mare di no, e qualcuno aveva affilato
le dita a premere a fondo nell’anima
nuda. tremarono i passi
e si gelò lo spazio fra lo sportello e la luna.
quando il coraggio, raccolto nel palmo
ferito del silenzio, disegnò con penna
di cigno il suo canto,
e in fondo al cuore venne l’ora
anche per lei di morire.

irraggiungibile, irraggiungibile
irraggiungibile e mai più ascoltato
quel battito vivo, un battito dimenticato
e nessuna strada saprà mai più colmare
il pozzo privato della luna
e lo sguardo perduto,
perduto fra le stelle, la strada ed il mare.

Back to life

marzo 9, 2009

da qui

Tornare alla vita. Se solo fosse
possibile, se mai sia esistito
un tempo, il tempo di vivere come
un airone sull’acqua, inconsapevole
felice, forse, libero sulla sua
gamba di prendere il volo o restare
o abbandonare un fiume per un altro
senza rimpianto né memoria
ora che il pianto è fermo all’orlo rotto
del respiro. Adesso, privati della notte,
del sole al sorgere dell’alba incanutita,
ora la vita è altrove mentre cade
dai polsi feriti l’ultimo grido
muto

Epitaffio

marzo 6, 2009

mimosaTe ne sei andato ventuno anni fa. Era domenica mattina, una mattina in cui la primavera già faceva le sue promesse di rinascita. L’aria tiepida, i germogli intenerivano i rami duri dell’inverno e la mimosa aveva fatto la sua comparsa di colore e profumo. Mi facesti custode delle tue ultime parole e furono la promessa di incontrarci di lì a poco. Poi fu il buio. Ero la bambina di casa, avevo ventun’anni e il futuro incerto. Eri per me l’unica certezza, l’unico sostegno, l’unico per il quale avrei dato la mia vita, l’unico per il quale facevo tutto ciò che c’era da fare anche quando non sapevo dove mi avrebbe condotta. Il futuro era spaventoso, un grande enigma, un immenso punto di domanda di cui nessuno, nemmeno tu, sapeva darmi risposta. Il presente incerto come le mie gambe d’anoressia in cui ogni passo era la scommessa che non sarei caduta, e non cadevo, mentre il miracolo della vita mi scivolava addosso senza farsi sentire, senza accendermi il cuore e i sensi: la bella Turandot di ghiaccio poteva sopravvivere soltanto a patto di non sentire ma tu eri lì, padre adorato, orgoglioso di quell’adorazione silenziosa il cui tributo fu la morte dentro il mio cuore. Non ci fu il tempo di ucciderti nel sogno, di ribellarsi e tu facesti ciò che solo un tiranno crudele poteva macchinare: te ne andasti portando via con te ciò che mi avrebbe reso libera, lo scontro, la lotta, il rifiuto, il ritorno. Te ne sei andato ventuno anni fa. Era domenica mattina e se mi avessi strappato un braccio, un occhio, un piede e lo avessi portato con te sarei stata storpia per sempre ma libera, invece mi lasciasti intatta, integra e bella dimenticando, nella fretta di fuggire, di sciogliere le mie catene, di liberarmi il cuore e io, terrorizzata da quell’abisso spalancato dinanzi a me, non ebbi forza e lo lasciai sul tuo letto di morte. Poi venne un uomo che mi promise vita ma anche lui partì. Voltandomi le spalle cancellò per sempre i tratti del mio volto dall’orizzonte breve dell’incontro. Era destino o forse fu soltanto colpa mia.