“Nono sono la decadenza, l’irrazionalità, la crudeltà, la corsa alla morte dell’arte e della letteratura che devono farci paura; sono la decadenza, l’irrazionalità, la crudeltà, la corsa alla morte che leggiamo continuamente nella vita degli uomini e dei popoli, e di cui l’arte e la letteratura ci possono far coscienti e forse immuni, ci possono indicare la trincea morale in cui difenderci, la breccia attraverso cui passare al contrattacco. Siamo in un’epoca d’allarme. Non scambiano la terribilità delle cose reali con la terribilità delle cose scritte, non dimentichiamo che è contro la realtà terribile che dobbiamo batterci anche giovandoci delle armi che la poesia terribile può darci”
(I.Calvino, Il midollo del leone in: Una pietra sopra, Mondadori, p.22)
Una lezione questa che pare incisa a fuoco nell’arte di Fabrizio Centofanti che non finisce di sorprenderci con la sua capacità di entrare nelle pieghe del reale con il talento del grande scrittore e la grazia dell’uomo che ama il mondo nonostante il mondo.

Media

luglio 21, 2008

di Fabrizio Centofanti

Nell’aeroporto c’è un ordine perfetto: il picchetto dei soldati schierati in due file, una di fronte all’altra, i fotografi costretti ad ammassarsi contro la recinzione di metallo, il corteo del presidente e la sua bella moglie con gli occhiali da sole, il tailleur chiaro, aderente al punto giusto. Gli sguardi sorridono, la visita è finita, l’accordo è totale.

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Rondini

marzo 15, 2008

Le rondini stavano appiccicate alla finestra. Piccole rondini, minuscole sagome nere con la coda a forbice. Le avevano ritagliate tutti insieme e, una a testa, le avevano incollate sui vetri. Ventisette rondini sparse per le finestre. Una primavera affollata.
Con tutte quelle rondini diventava difficile vedere a colpo d’occhio quello che accadeva fuori, ma il bambino stava lì, i gomiti appoggiati sul banco e il colletto merlettato che spuntava sul grembiule blu, a guardare. Difficile dire a che cosa pensasse, e se gli piacesse quello stormo di rondini catturato dallo spazio della finestra, come se fossero in procinto di entrare nella stanza e svolazzare tra le teste dei bambini.
In ogni aula le maestre avevano fatto incollare ai vetri quei ritagli di cartoncino nero. Era stata una gioia rumorosa, una concessione che i bambini avevano accolto con entusiasmo.

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Alla fine c’erano arrivati. In un Paese dove i santi non pagano l’ICI ed i navigatori battono bandiera panamense s’erano concentrati sui poeti, facendola pagare a loro per tutti.
“Istituita l’imposta sull’inedito” strillavano i titoli dei giornali e dei notiziari radiofonici e televisivi; mentre già torme di finanzieri, come i pompieri di “Fahrenheit 451” ma con ben altro intento, battevano palmo a palmo il territorio, entravano nelle case, violavano cassetti di scrivanie e memorie di computer, stilando distinte sulla base delle quali emettevano seduta stante ingiunzioni di pagamento da onorare in tre giorni.

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Mi manchi

marzo 9, 2008

1

“Piove. Non funziona niente”, disse Michela.
“Come dici?”
Michela chiuse le persiane, sporgendosi. Davide si aggiustò il maglione sulle spalle, davanti al portatile, poggiato sul tavolino di fronte al divano. Le chiese qualcosa da bere. “Di che tipo?”
Il rumore del liquido color del miele, viscoso e grasso, un blop con risacca e bolla d’aria, riempì il salone.
Davide riattizzò il fuoco del camino, inginocchiandosi. Guardò in direzione della moglie. Le chiese: “Vai a dormire?”
Lei rispose: “La senti la pioggia?”
Cadeva forte, a ondate.
“Vai a letto? La pioggia, sì, la sento.”
“Ora ci vado.”

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n una sera di fine gennaio ho assistito a un incontro con Gianni Celati, organizzato del Circolo dei Lettori di Torino. Come uno scolaretto, ho preso appunti utilizzando tutti gli spazi vuoti di una copia di Narratori delle pianure, per non perdere nemmeno una battuta di Celati. Il risultato è quello che segue.

Introduttore con barba e titolo accademico: bene, possiamo iniziare, cosa dire? È un onore questa sera avere qui Gianni Celati, scrittore, traduttore di autori come Swift, Melville, docente universitario, una delle voci più prestigiose…
Celati: sono stato anche giocatore di pallacanestro…

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di Saverio Simonelli

Ricordo forse di più l’emozione che l’oggetto. O meglio: la curiosità nel trovarsi di fronte il volumetto Garzanti blu e nero e quel titolo in grande evidenza, tutto maiuscolo “Vere Presenze”, un’opera del critico George Steiner – spiegava la quarta di copertina – che si scaglia contro l’eccessiva produzione di saggi e commenti attorno alle opere letterarie. Era l’inizio dei tristi anni ’90 e quella sferzata polemica pareva accendere gli albori opachi del decennio postreaganiano.

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