Quel rubinetto di merda… Siamo proprio sicuri di averlo girato a sinistra e non a destra? Come ogni sera, Giacomo fece dietrofront sui due metri quadrati che dividevano la sua stanza dalla cucina. Per l’ottava volta aveva controllato se davvero aveva spento il gas.
Un vero guaio essere arrivati a otto. Perché secondo la legge inviolabile che regolava il suo tormento, una volta che Giacomo avesse superato la mistica soglia di sette, il rito si sarebbe prolungato fino a ventuno, primo multiplo dispari di sette. Già, perché se sette era il numero che salvava, tre era il numero da salvare, e cioè Giacomo, sua madre e suo padre.
Disturbo ossessivo-compulsivo, lo aveva chiamato il dottore, raccomandando ai genitori di non essere troppo protettivi e di avere pazienza. Se fosse peggiorato, beh, si poteva pensare a una cura, ma per adesso non bisognava preoccuparsi troppo: in fondo si trattava di un adolescente e d erano solo un paio di manie in croce.

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Lettore, perché i poeti si vergognano della loro poesia? Perché sono così attenti a ripetere ripetere ripetere che *amano la vita*? Perché si vergognano? Anche se pagano [caro] per pubblicare. Anche se hanno studiato per pubblicare. Anche se dedicano il loro miglior tempo a pubblicare. Anche l’Italianista che mi chiese di fargli da ghost writer, per una Grande Impresa Editoriale che avrebbe firmato da solo – al mio rifiuto per “frivolo egocentrismo”, disse: “Torno ora da una lezione, in cui ho insegnato ai miei allievi ad amare la poesia e la vita”. Traduzione: Massimo, tu non vivi.

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Lettore, io non ti ho mai nascosto nulla: né della strada (e di quello che succede sulla strada, e che cosa si possa trovare nella spazzatura – *volendo*) né della vita. C’era una volta un bambino (o una bambina) malaticcio e timido (malaticcia e timida: nella versione-femmina è più timida che malata, nel caso maschile la malattia – un problema respiratorio e una lieve dislessia – prevale sulla timidezza e ne è la causa). Nessun pudore, se devo dirti che quel bambino (quella bambina) giurava: non ho la forza per difendermi, mi difenderò *domani*, dicendo i nomi di chi mi insulta, di chi appoggia la mano sul mio sesso per vedere se ne ho uno, di chi e di chi e di chi, ecc. Il pudore dice di non farlo mai.

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non è bella come te questa Luna, è una sottana americana questa Luna – chi cita Lucio Dalla [e non Kurtág] farà brutta figura. Eppure, lettore: se ascolti *Blow* di Donatoni, musica colta – ha un andamento jazz, a tratti. Berio compose dei *Folk Songs*. I musicisti, ancora, i musicisti. I danzatori come Davide, santo. E tutto questo fa parte di un altro mondo, comunque: in cui improvvisazione e solennità non sono i due corni opposti di un dramma, ma i campanili tra cui potresti stendere corde, e danzare, come Rimbaud. L’autodidatta ispirato e il superintellettuale si incontrerebbero a mezz’aria, «senza pensieri come gli angeli».

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Scuola di poesia 5

gennaio 9, 2008

di Massimo Sannelli

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Lettore, il problema non è uscire dalla cameretta e diventare uno scudo umano dove uno scudo umano *serve*. Devi essere chi sei, e chi non è Majakovskij o Cardenal o Torres – vive in un altro mondo [chi parla un’altra lingua – e performare *nel modo più alto*, o combattere, non è venerare la stanza segreta – deve risplendere nella sua lingua privata: la cameretta non è un carcere, di per sé; la cameretta è l’uomo interiore: perché vi siano l’una e l’altro, occorre un IO; ciò che Bene negava a se stesso e ciò di cui Majakovskij si è privato, come ogni vittima o eroe]. *Sei* TU? Sii un IO coerente.

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Scuola di poesia 4

gennaio 4, 2008

Lettore, ora ti raccomando di leggere *Nudo di madre* di Aldo Busi. In primo luogo, perché Busi è innominabile, tra gli intellettuali, anche giovani. Tu troverai un intero capitolo *contro la poesia*, che per Busi è la serva e l’epigona di cose troppo umane: un’antiopera e un antigenere che non contesta e non descrive, e si trasforma in un gioco sociale, inutile e ridicolo. [ricorda: se Busi ride di te, come ha riso del vecchio Montale «gelatinoso», è perché *se lo può permettere*: e tu non puoi dirgli niente, perché Busi non ha nascosto nulla di sé, né del suo sesso né della sua cultura; e non puoi rispondergli che tu conosci meglio la vita e che la ami, mentre lui è «suicidale»; di vite, Busi ne ha già vissute tre, quante le lingue che parla – eppure ride, in italiano].

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Un corso di scrittura

dicembre 15, 2007

di Massimo Sannelli 

Questi appunti non sono un esercizio di stile, anche se sono riscritti nella lingua della poesia. È un vero programma di studi (cinque moduli di due ore l’uno, aumentabili), scritto per una Fondazione privata, che deciderà quale uso farne. Quindi non si tratta di un gioco, per me, ma di un *panegirico*, nel senso contorto e giocoso che Amelia Rosselli dà al termine. Chi non lavora, neppure mangi – dice Paolo. Ecco, questo è il lavoro che posso offrire, da conservo tra i servi delle «qualità dei tempi»: per fare il *giro del pane* e mangiarne, non proprio da ospite ingrato. Ecco che cosa do in cambio:

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